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Poste e sindacati (è bene sempre ricordare che i sindacati hanno un ruolo determinante e decisivo in questo piano) stanno lavorando per estendere il piano Deliver 2022 a tutto il territorio nazionale. Là dove questo è già avvenuto, i risultati sono esattamente quelli che ci si aspettava: un disastro complessivo sia riguardo al servizio di recapito che per quanto riguarda la condizione dei portalettere. In particolare nei territori interessati dai giorni alterni, cioè la quasi totalità del paese, quindi anche in grandi città (Firenze, Torino, …) la situazione è già al collasso: cumuli di corrispondenza ferma si accompagnano ad effetti devastanti sui lavoratori, si stanno moltiplicando infortuni, assenze per malattia, insostenibili livelli di stress. Con lo sciopero del 25 maggio abbiamo dato il via ad una stagione di contrasto e lotta, contro le decisioni di poste e sindacati; una stagione che non potrà che essere lunga, faticosa, non episodica, quotidiana nel suo sviluppo, ma con delle oggettive possibilità di esito positivo. Del resto non esistono alternative a questa scelta, o i lavoratori ne capiscono l’esigenza e si impegnano in tal senso, o per loro (noi) non vi sarà un futuro lavorativo accettabile.

Non intendiamo, in questo momento, rivolgere alcun appello di carattere ideologico alla necessità della lotta contro la distruzione del servizio pubblico; questo attacco, in corso da anni, sta già ottenendo il risultato prefissato: al di là delle formalità istituzionali infatti, il servizio pubblico postale è morto nella sua sostanza, sostituito da un servizio di recapito modello corriere espresso, quindi definito in termini di redditività per prodotto e clientela, esattamente l’equivalente, fatte salve le prerogative proprie dei vari settori, a quanto è già accaduto per la sanità e i trasporti. Questa modalità di recapito è esattamente ciò che caratterizza il piano poste, si fonda su pochi elementi decisivi: priorità assoluta a prodotti ad alto valore aggiunto, tempestività della consegna, quindi flessibilità degli orari di consegna e totale copertura della giornata e dei giorni della settimana.

A fronte di questi punti fermi tutto il resto diventa secondario, ininfluente e insignificante, da ciò la sostanziale indifferenza nei confronti della corrispondenza “normale” (che normale non è più da tempo considerati i costi di spedizione), che può quindi giacere per giorni nei centri fino all’attivazione delle squadre spazza tutto che, generalmente nel weekend, fanno pulizia. Così sta avvenendo in poste come nelle altre grandi società di recapito.Il raggiungimento degli obiettivi aziendali si fonda a sua volta su un elemento decisivo: la flessibilità totale del lavoratore, sia dal punto di vista contrattuale, con la diffusione del lavoro precario; sia per l’orario di lavoro, con l’introduzione di vari turni e copertura di tutta la settimana; sia per l’aumento della produttività, con tagli di zone e carichi indefiniti; sia per la durata della prestazione, con un implicito, necessario, ricorso al lavoro straordinario.

E’ esattamente questo elemento, la flessibilità, nelle sua varie declinazioni, il punto principale sul quale intervenire; mentre il continuo ricorso ai lavoratori precari, così come la nuova organizzazione dei turni sono difficilmente contrastabili in questo contesto, la durata della prestazione, quindi il lavoro straordinario, è invece certamente attaccabile, con evidenti ricadute sulla produttività attesa da poste.Orario di lavoro e produttività sono da sempre i fondamentali di ogni battaglia sindacale contro il padrone, passano i secoli ma sono sempre lì al centro dell’interesse, incredibilmente, oggi più che mai, anche in poste.Ripetiamo rivolgendoci a tutti i lavoratori del recapito: è necessario e non impossibile attaccare il piano su questo punto.Da anni i sindacati di base dichiarano scioperi delle prestazioni straordinarie ed aggiuntive nel recapito contro il ricorso all’areola da parte di poste (in seguito anche i firmatari hanno usato questo strumento ma solo a fini strumentali, senza dargli il minimo supporto, senza alcun impatto reale); il rifiuto della prestazione è stata sostenuta da anni da un ristretto numero di lavoratori, sovente subendo sanzioni disciplinari finite con esiti alterni in positivo e negativo. Le ragioni di questi esisti negativi derivavano da una incongruenza creata ad arte da poste e sindacati. Per farla breve, nella definizione di questo sistema vi era la previsione della possibilità di svolgere la parte aggiuntiva di lavoro sia all’interno che oltre l’orario di lavoro normale ma sempre e solo retribuito con la quota areola, senza alcuna ipotesi di prestazione straordinaria. Lo sciopero dei sindacati di base contestava questa ipotesi e rivendicava il principio che il lavoro oltre l’orario standard fosse da ritenersi esclusivamente straordinario e non potesse essere inteso come una forma di intensificazione di produttività. Questa rivendicazione è sovente stata accolta in sede di giudizio, ma molte volte rigettata con legittimazione della sanzione disciplinare.Oggi questa situazione anomala si è completamente risolta, l’accordo relativo al piano prevede che ogni prestazione che superi l’orario di lavoro sia da ritenersi straordinaria, quindi da retribuire come da CCNL, anche se legata alla sostituzione da areola; da ciò l’assoluta legittimità dello sciopero dello straordinario, non più contestabile in alcuna sede.Lo sciopero dello straordinario acquista oggi dunque uno status di “normalità” che pone al riparo i lavoratori aderenti da sanzioni disciplinari. E’ quindi uno strumento da usare, utile, importante, a lungo andare, in qualche misura, potenzialmente decisivo per l’esito del piano poste.Lo sciopero verrà dichiarato nei prossimi giorni di settembre con la consueta durata di un mese per tutto il territorio nazionale.

Ma da solo potrebbe non bastare. Va rafforzato facendo ricorso al il rigido rispetto dell’orario contrattuale di lavoro, sia in uscita che in ingresso. Dovrebbe essere un dato elementare, scontato, implicito in un rapporto di lavoro subordinato, ma non è così, alle poste non è così, qui, paradossalmente, non viene rispettato da una gran parte dei postini, in chiaro contrasto con le stesse disposizioni contrattuali e aziendali. Quanti nel recapito sono già presenti da tempo a lavorare prima dell’inizio del turno! E quanti, ancora, dopo la fine dell’orario d’obbligo! E’ assurdo ma questa è la situazione.  Bisogna quindi dire basta a queste pratiche ridicole, contrarie ad ogni logica, deleterie per tutta la categoria, screditata agli occhi della contro parte, ridicolizzata per la sua incapacità di difendere i propri interessi. Gli effetti sugli aumenti di produttività imposti dal piano, prodotti dal rispetto rigido dell’orario, oltre che ottenibili senza particolare impegno da parte dei lavoratori, né rischi di sorta, sarebbero senza dubbio alcuno di assoluto rilievo, al limite potrebbero anche vanificare l’aumento dei carichi di lavoro.

Se ancora non bastasse, se lo sciopero dello straordinario e il rispetto dell’orario contrattuale non fossero sufficienti ai lavoratori per difendersi e, perché no, attaccare il piano di poste, vi è un altro mezzo, altrettanto potenzialmente decisivo: la difesa della salute e la sicurezza sul lavoro. Per il postale medio, la sicurezza sul lavoro è un tema assolutamente superfluo; per costoro difendere la propria salute e garantire la propria sicurezza in ambito lavorativo costituisce un non problema. Questa affermazione trova immediato riscontro nei comportamenti quotidiani di molti lavoratori in tutti i centri di recapito, sia che si tratti di usare mezzi non idonei, pericolosi, sia che si compiano azioni vietate come sovraccaricare i mezzi, il principio è sempre quello: della sicurezza non mi occupo, accada quel che accada.  E quel che accade lo sappiamo tutti, prima o poi ci scappa il morto, ma anche allora nessun ripensamento tocca questi geni, perché sono convinti che a loro non succederà mai di schiantarsi, di cadere e rompersi, ma soprattutto non accadrà mai di lasciarci le penne. Auguri a questi fenomeni naturalmente, agli altri lavoratori, meno idioti, invece rivolgiamo una sorta di appello su questo tema, partendo da alcune precisazioni a nostro parere di rilievo in questo contesto. Oggi, per la maggior parte dei lavoratori, in tutte le categorie, quindi non solo tra i postali, il tema della sicurezza (e della difesa della salute) è percepito in modo distorto, nel migliore dei casi come una sciocca imposizione aziendale, coniugata dalla noia delle ore dei corsi, e dalla routine della consegna periodica della documentazione specifica. Nessuna valutazione di merito, nessun barlume di comprensione dell’entità del problema, nessuna ipotesi di critica della gestione aziendale. 

Siamo lontani anni luce dagli anni ’70 e dalle origini operaie del sapere sulla difesa della salute, quando cioè il sapere sul tema era il frutto dell’elaborazione collettiva dei lavoratori dentro la fabbrica e non, come oggi, una pratica burocratica nelle mani del padrone. Padrone che, in poste come altrove, agisce (quando lo fa) solo ed esclusivamente in funzioni degli obblighi di legge, quindi su un piano fondamentalmente formale, senza curarsi minimamente della reale comprensione e conseguente applicazione delle disposizioni.  In altre parole poste dichiara in mille modi cosa e come fare o non fare, poi tralascia in modo spudorato di fare controlli o di adempiere essa stessa alle stesse disposizioni previste dalla norma. Questo fino al momento che si rende necessario colpire qualcuno che dà fastidio, perchè nel caso si fa ricorso anche alla normativa sulla sicurezza per sanzionarlo.  Insomma poste come altri padroni sono attaccabili su questo terreno, di margini ve ne sono e ampi, sta ai lavoratori capire quali, quanti, e dove si trovano; quali i più sensibili ed attaccabili. Ma per far questo, prima è necessario che ci sia una svolta nelle teste dei postali, perché finalmente capiscano che la sicurezza e la difesa della salute sul lavoro non sono una sciocchezza (gestita come tale da poste) ma una cosa seria, con implicazioni serie, da trattare come tale.Senza sognare un ritorno alla produzione di un sapere operaio come negli anni ’70, dei passi in avanti su questo terreno sono certamente possibili alle poste, anche in considerazione del minimo livello attuale. 

Ne guadagnerebbe naturalmente la condizione collettiva dei lavoratori ma, nello stesso tempo, si determinerebbero degli effetti notevoli anche sulla riorganizzazione. Rifiutarsi di lavorare in modo “insicuro”, in condizioni ambientali e con strumenti insicuri, è un passo elementare ma dai grandi effetti sull’attività lavorativa; respingere pressioni e imposizioni su carichi e tempi di lavoro in nome della sicurezza è un gioco da ragazzi, non c’è bisogno di essere dei fenomeni, basta capire e volerlo fare. E questo, secondo noi dovrebbero fare i lavoratori; noi lo facciamo, da sempre! Un aspetto correlato a quanto appena descritto, ma sempre legato al tema, è quello della sorveglianza sanitaria dei portalettere. Oggi 30.000 (o quanti sono realmente) lavoratori che svolgono un’attività non certamente salubre non ricevono alcuna attenzione sul piano sanitario. Vero che i postini sono esseri umani speciali che sopravvivono per decenni (30, oggi anche 40) in condizioni certo non agevoli sia dal punto di vista ambientale (inquinamento), che atmosferico (ogni condizione), che fisico (traffico), che psicofisico (stress), ma non crediamo sia un caso che studi epidemiologici dichiarino da anni che quella dei postini è collocata tra le ultime categorie relativamente al prolungarsi dell’attesa di vita, con una riduzione documentata di 3,9 anni rispetto ad altre categorie più favorite. E’ un caso che poste e sindacati non si pongano minimamente il problema? Sono stupidi? Non crediamo, pensiamo invece il farlo comporterebbe oggettivamente ed immediatamente una seria conseguenza: la necessità di ricollocazione di qualche migliaia (?) di lavoratori ad attività meno gravose e insalubri.  Se ne guardano bene dal farlo, c’è però qualcuno in campo sindacale che, ciurlando nel manico, sfiora la questione promuovendo (ma dove? ma quando?) una petizione per il riconoscimento del carattere usurante del lavoro del postino. Lasciamo agli allocchi il farsi attrarre da questo specchietto, noi riteniamo invece di iniziare una campagna per imporre a poste l’attivazione della procedura della sorveglianza sanitaria per i portalettere, inserendola nel documento di valutazione dei rischi.  In sostanza, perché dichiarare un rischio antrace (?) e fingere che non ci sia il problema delle micro polveri, o dei gas di scarico? E’ arrivato o no il momento di chiedere conto ai padroni delle poste di questa “disattenzione”? Noi pensiamo che sia giunto questo momento. Ci sarà qualche genio tra i postali che avverserà questa scelta che, diranno, mette a rischio il posto di lavoro di molti; bene lasciamo a questi geni le loro convinzioni, ma pensiamo che innanzitutto poste come altri padroni abbia l’obbligo di tutelare la salute dei suoi dipendenti, quindi che non sia accettabile patteggiare lavoro contro salute ponendo l’alternativa tra le due opzioni, perché si tratta di una mistificazione che fa comodo ai padroni e non ai lavoratori.  Lavoro e salute devono andare di pari passo, alle spese di chi fa profitti sul lavoro altrui, che siano le poste o i vari padroni dell’ILVA, o della Eternit, o della Breda, ecc, la salute non può essere subordinata a patteggiamenti! 

Queste sono le nostre proposte operative, praticabili da tutti, tutti i giorni, col minimo impegno, e con risultati potenzialmente importanti per contrastare il piano di poste e sindacati. Ma ancora non basta. Occorre necessariamente dare uno sbocco di carattere politico a questa azione di resistenza di lungo periodo, e questo sbocco non può che essere una nuova giornata di sciopero a livello nazionale nei prossimi mesi. Non è un’azione velleitaria, lo sciopero del maggio scorso, contrariamente a tutte le previsioni, ha dimostrato che la volontà di lotta è più diffusa di quanto si possa pensare tra i postali. Probabilmente il venir meno dei livelli di sostenibilità della produttività, il mutamento radicale degli orari della prestazione, la perdita di “garanzie” ottenute in un modo o nell’altro nel corso degli anni, ha spinto molti lavoratori a partecipare allo sciopero indetto dai sindacati di base. Non sarebbe una novità che le condizioni materiali dei soggetti coinvolti possano determinare una presa di coscienza di questo tipo, ma alle poste è certamente una novità. Vedremo. 

Due dati sono certi: uno, che se non lottano i postali subiranno a brevissimo termine un drastico peggioramento della loro condizione lavorativa, due, che in ragione del mutamento del carattere specifico dell’attività di recapito il potere contrattuale nelle mani dei lavoratori è certamente aumentato e diventato importante. Senza dilungarci, per quanto riguarda il primo punto, al di là dei tagli, dell’aumento della produttività, ecc, con cui già oggi ci si deve confrontare, va tenuto in debito conto la volontà dichiarata dal attuale amm.re delegato di ridurre drasticamente (oltre il 50%, cioè circa 70mila) il numero dei dipendenti, bloccando il turn over da pensionamenti nei prossimi 10 anni (vedi PosteNews marzo 2018). Per il secondo, appare evidente che diventando sempre più centrale nell’attività di recapito l’ambito dell’e-commerce, con le implicazioni del caso: interessi economici in gioco, soggetti coinvolti (uno per tutti Amazon), un’azione di sciopero di un certo rilievo avrebbe effetti decisamente importanti. Poste non potrebbe più gioire per scioperi di testimonianza che non producono altro che mini giacenze insignificanti per quantità e qualità di prodotto, un ritardo di un giorno dei prodotti Amazon rappresenterebbe un danno da scongiurare eccome. Sogni? Non crediamo, le condizioni oggettive stanno andando in questa direzione, manca solo la presa di coscienza dei postali, fino ad oggi insufficiente, ma con segnali timidamente positivi.

Abbiamo tralasciato di citare anche gli altri settori di poste (sportelli ecc), di certo non immuni da questi processi di riorganizzazione, tutti orientati e dettati, ovviamente, dalla ragione sociale di Poste Italiane, una SpA con capitale a maggioranza pubblico, quotata in borsa, già con una consistenza quota di investitori privati. Non ci dilunghiamo sugli obiettivi e le implicazioni di questa condizione (profitti ecc), vogliamo invece ribadire che come è necessario e vitale per i postini in genere lottare contro la riorganizzazione, altrettanto lo è per gli addetti degli altri settori che certamente non possono dormire sonni tranquilli. Occorre l’unità tra tutti i lavoratori di poste, hanno tutti gli stessi interessi, l’epoca dei piccoli privilegi di categoria è finita; non ci sono riusciti negli anni i lavoratori, lo ha fatto il padrone poste a equiparare la condizione e gli interessi di tutti i postali, non resta che prendere atto e agire di conseguenza.

 

Settembre 06, 2018

poste amazon

1) Riflettiamo. Riflettiamo su questa dichiarazione dell'AD Matteo Del Fante rilasciata al Palazzo della Borsa il 27 febbraio 2018 alla presentazione del Piano Industriale “Deliver 2022” e riprodotta su PosteNews (marzo 2018).
Alla domanda: “Nel Piano sono annunciate importanti novità su turnover e nuove assunzioni.” Segue la risposta: “L'età media dei nostri dipendenti è di cinquant'anni, più della metà andrà in pensione nella prossima decade. Questa dinamica ci permetterà di assumere in cinque anni più di 10mila nuovi talenti...”. Avete letto bene? Nei prossimi 10 anni la metà del personale andrà in pensione (circa 70mila lavoratori) e loro si “impegnano” ad assumerne 10mila! Non è questa macelleria occupazionale? I 15mila concorati con i sindacati filoazienali sono solo un anticipo. Quello che hanno in testa è di dimezzare l'occupazione di Poste; quello che hanno in testa è di sfasciare l'azienda pubblica per inseguire i guadagni privati di Borsa, consegnandola agli azionisti. Bisogna fermarli! Ci stiamo “giocando” tutto: per questo stavolta bisogna disobbedire alla disciplina sindacale e scioperare tutti, compatti, in massa, senza farci dividere dalle sigle sindacali. 

2) Ma lo sciopero di un solo giorno serve? 
Noi non rispondiamo come fanno cgil-cisl-uil e cagnolnii al seguito, che “questa è la scusa di chi non vuol scioperare” per coprire la propria allergia alla lotta aperta e agli scioperi - così impantanati nei compromessi con l'azienda, nuova “cinghia di trasmissione”. Sì, anche noi siamo d'accordo che gli scioperi per essere incisivi devono durare tre, cinque giorni consecutivi, devono “far male” all'azienda, recargli danno ma una legge lo vieta, punendo duramente chi la viola, con sanzioni sia economiche che disciplinari. Noi di questo dobbiamo tenerne conto: nessuna scivolata verso l'avventurismo ma nessuna resa verso leggi concepite per imbrigliare noi lavoratori, per impedirci di difendere i nostri interessi, per impedire la nostra lotta. E' la “legalià concertativa”, stipulata tra padroni, governo e sindacati, una catena che può essere spezzata soltanto dalla lotta di massa dei lavoratori. E la nostra lotta va in questa direzione. 

OGGI IL SINDACALISMO DI BASE - CHE NASCE IN ROTTURA RADICALE CON I SINDACATI FILO AZIENDALI, RIPUDIANDO LA TRADIZIONE DEGLI ULTIMI DECENNI - CHIAMA ALLA LOTTA CON LO SCIOPERO NAZIONALE TUTTI I LAVORATORI DELLE POSTE PER RISPONDERE UNITI NELL'UNICO MODO ADEGUATO ALLA GRAVITA' DELLA SITUAZIONE E RESPINGERE I PIANI AZIENDALI. 

da CUB Poste - COBAS Poste - SICOBAS Poste - ALP CUB - SLG CUB Poste

Maggio 21, 2018

(Da www.estense.com) 4 maggio 2018. Postino in scooter si scontra con un furgone e muore. Nell'incidente in via Marina a Comacchio perde la vita il 26 enne portalettere Nicola Benetti di Formignana. Vani i tentativi di rianimarlo. La tragica morte del giovane portalettere, assunto con un contratto a tempo determinato a Comacchio, ha lasciato sgomenti i segretari provinciali dei sindacati di categoria Slc-Cgil e Slp-Cisl, rispettivamente Ida Mantovani e Pierangelo Tolla, che hanno voluto porre all’attenzione di tutti il tema della tutela e sicurezza sul lavoro “quale priorità fondamentale sui luoghi di lavoro in generale e ancor più per chi lavora sulla strada come il portalettere, che svolge un servizio ad alto rischio”. ” Ci preme sottolineare – spiegano i due sindacalisti – come ogni giorno, con qualsiasi condizione meteorologica, con un carico di lavoro sempre più eccessivo, tanti portalettere svolgano con dedizione un’attività per garantire a tutti i cittadini italiani un servizio di consegna universale. Il portalettere, svolge questo servizio di consegna con carichi di lavoro sempre maggiori, dovuti ad una costante riduzione del personale data dalla consegna della posta a giorni alterni per risparmiare sui costi di gestione, fattori che hanno posto un serissimo problema come la tutela e sicurezza sui luoghi di lavoro. Come organizzazioni sindacali riteniamo sia necessario approfondire e analizzare tutte le condizioni di lavoro ad alto rischio a partire dal portalettere. Slc-Cgil e Slp-Cisl Poste di Ferrara in questo momento di dolore e di sconforto si stringono intorno alla famiglia e a tutti i lavoratori di Poste italiane”.

Quando finirà questa strage? Ma soprattutto perché questi morti nel recapito? Paradossalmente ci sentiamo di condividere le affermazioni dei due sindacalisti citate nell’articolo; hanno ragione: “Il portalettere, svolge questo servizio di consegna con carichi di lavoro sempre maggiori, dovuti ad una costante riduzione del personale data dalla consegna della posta a giorni alterni per risparmiare sui costi di gestione, fattori che hanno posto un serissimo problema come la tutela e sicurezza sui luoghi di lavoro”. C’è però una discordanza assoluta sul resto. Ai due andrebbe ricordato che i sindacati che rappresentano sono i coautori delle varie, reiterate, riorganizzazioni del recapito che hanno avuto sempre come costante il taglio degli addetti e l’aumento della produttività. Abbiamo già detto che questa ultima riorganizzazione porta all’eccesso queste costanti determinando una complessiva riduzione di 25.000 addetti entro il 2022 e l’aumento dei carichi di lavoro che conosciamo. Nei centri dove la riorganizzazione è già in atto i lavoratori stanno toccando con mano cosa comporta per la loro condizione di lavoro e di vita il nuovo recapito, negli altri centri (soprattutto nelle tre città che non avranno i giorni alterni) molti si illudono che non saranno coinvolti, che la scamperanno in qualche modo, che – come sempre – ci saranno margini per adattarsi e portare a casa il possibile, magari facendo pure abbinamenti e straordinari. Eppure, almeno a Milano, col venir meno dell’appalto per i messi notificatori del comune, loro stessi, da una decina di giorni, stanno sperimentando, in formato ridotto, cosa potrà essere la nuova organizzazione, cosa insomma determinerà per il loro lavoro quotidiano il taglio di oltre il 20% di zone, cosa comporterà sulla durata, sui modi, sui tempi, sui problemi, e certo non ultimo, sulla loro sicurezza!  Non si illudano costoro, nessuno sarà immune da questa tornata, la spremitura voluta da poste e sindacati toccherà anche loro, e presto. Alcuni mugugnano, i più allargano le braccia in nome del posto di lavoro garantito (?), i precari sono stretti dalla morsa del ricatto della riconferma col miraggio dell’assunzione. Sanno, tutti (o dovrebbero sapere), che i loro sindacati non faranno nulla per porre fine a questa situazione, salvo piangere come coccodrilli, come fanno i due citati sopra, che o sono tonti o in malafede.

Non c’è scampo, devono essere i lavoratori a farsi carico del problema: il piano va ostacolato, attaccato, respinto! Imporre un rigido controllo sull’orario di lavoro, rifiutare prestazioni eccedenti l’orario, pretendere il rispetto assoluto di tutte le norme di sicurezza deve essere l’imperativo di tutta la categoria da qui in avanti. Queste pratiche sono possibili, attuabili e necessarie sin da ora, saranno vitali al momento dell’avvio della riorganizzazione. Come sindacati di base continueremo a dichiarare scioperi delle prestazioni straordinarie, incalzando Poste sul tema della sicurezza, denunciando ogni azione di intimidazione e ricatto nei confronti dei precari. 

Occorre che questo lungo lavoro che ci aspetta abbia una sorta di start, un momento anche simbolico di partenza, noi pensiamo che questo possa essere lo sciopero che abbiamo dichiarato per il 25 maggio prossimo con CUB poste, Cobas poste, ALP Cub, SLG-Cub poste. Invitiamo dunque tutti i lavoratori a partecipare, ma soprattutto ad attrezzarsi per una guerra di posizione che non può essere persa, pena un futuro penoso per chi resterà in azienda.

Maggio 05, 2018

La diffusione dei contratti precari, oltre 40 tipologie!, negli ultimi decenni da straordinario e occasionale è divenuto un sistema ordinario, consueto, attraverso il quale, padroni e aziende, cercano di mantenere margini di profitto nella frenetica competizione mondiale. Caduta la chimera dell'”innovazione”, caduto il mito della “fiducia nei mercati”, caduta l'illusione della “ripresa” ai padroni resta solo di agire sulla compressione della condizione dei lavoratori che si manifesta nei bassi salari, pagare meno i lavoratori, sottoporli a sfruttamento e ricatti, senza orari, malattie, ferie... E' una condizione che tocca il lavoro privato come quello pubblico, migliaia di lavoratori, giovani ma non solo. E' un fatto strutturale; non c'è solo in Poste, o solo in Italia ma dilaga in tutta Europa. E' l'architrave che regge la fase della globalizzazione. Non serve scavare nei contratti, né cercare nelle leggi i cavilli per far saltare questo che è un pilastro irrinunciabile per le aziende se vogliono salvaguardare i propri margini di profitto. La lotta si è fatta di classe; non bisogna convincere nessuno delle ragioni dei lavoratori precari, l'esperienza ultradecennale parla da sola, non dobbiamo più fare teoria ma organizzazione. Qui da noi alle Poste, gruppi di lavoratori precari si sono autorganizzati in comitati, cioè hanno fatto i primi passi verso la soluzione del loro problema, passi a cui devono seguirne altri, ma non da soli. 

Un errore da evitare è di cadere, anche involontariamente, nelle braccia di chi è concausa della precarietà e che sostiene vi siano degli obiettivi specifici e separati da quelli del movimento di lotta dei lavoratori “stabili” in corso contro i massicci tagli occupazionali, cominciati con la riorganizzazione del recapito. E' la posizione di cgil-cisl-uil ecc. che non li sentirete infatti mai parlare di abolizione del precariato ma di assorbimento, lento, parziale, graduale... “compatibilmente” con i dettati economici! Sono gli stessi sindacati che accettano di introdurre nei contratti di lavoro le forme precarie più varie, aumentando percentuali e casistiche. Noi sosteniamo che è nella lotta contro lo scatenamento dell'offensiva aziendale - che vuole sopra ogni cosa ridurre l'occupazione (tanto nel recapito quanto nella sportelleria e nei cmp) - che si imposta giustamente la battaglia sulla stabilizzazione: se cade l'accordo sul recapito cade l'impianto di riduzione dell'occupazione, l'attuale epicentro. 

I lavoratori precari hanno tutto l'interesse a che questa lotta diventi comune, non il contrario, stare fermi, buoni, isolati, così magari si spera in un rinnovo. Questa “tattica” è fallita e, oltre che a dividere i lavoratori e passare più agevolmente sulla loro debolezza per introdurre nuove deregolamentazioni, è fallita perchè sbagliata nelle sue premesse: attendere in graduatoria significa aderire ad un “esercito di riserva precario permanente”; né, per essere più chiari, il precariato ha bisogno di diritti speciali, diversi, ad hoc: no, la sola lotta giusta è per la stabilizzazione! Ma alla stabilizzazione non si accede dalle graduatorie ma passa dalla lotta comune contro le politiche aziendali volte a ridurre l'occupazione. 

Nondimeno è interesse dei lavoratori “stabili” lottare contro il precariato per impedirne la diffusione che intacca tutta l'organizzazione del lavoro, trasformando l'occupazione in un'intera area di precariato, sempre più povero e senza diritti. Di questo parla l'abolizione dell'art.18. Ai lavoratori precari inviamo un forte invito alla solidarietà nella lotta. La stabilizzazione è parte integrante della piattaforma del sindacalismo di base, sangue della sua carne. Per questo ci sentiamo in diritto di chiamarvi a partecipare alla costruzione dello sciopero generale della categoria. 

Per l'unità del sindacalismo di base - CUB Poste COBAS Poste SICOBAS - aprile 2018

Aprile 14, 2018

Il fatto è noto, (da ilgiorno.it): “Bollate (Milano), 20 marzo 2018. Era in sella allo scooter e stava distribuendo la corrispondenza quando, per cause ancora in corso di accertamento, si è tragicamente scontrato con una Fiat Bravo. Un impatto violento, B. M., portalettere 41enne di Poste Italiane in servizio al Centro Recapito di Bollate, è finito a terra e ha riportato gravissimi traumi”; è deceduto dopo poche ore.

La stessa formula è stata usata da vari organi di informazione più o meno locali.

Le reazioni: 

• I colleghi del lavoratore avviano una raccolta fondi a sostegno della famiglia;

• CISL, FAILP, CONFSAL, diffondono la nota “Un gesto solidale” nella quale dichiarano di aderire all’iniziativa ed invitano i lavoratori a fare altrettanto versando un contributo sulla postepay della madre;

• Poste, diffonde una nota interna nella quale, facendo propria l’iniziativa, col beneplacito del capo RAM, invita ulteriormente i colleghi a contribuire; la raccolta sarà fatta nominativamente, con tanto di tabulati, a tappeto, per tutti i centri di lavoro.

• La CGIL di categoria dirama il seguente comunicato stampa: «Lascia sgomenti e rattrista il grave incidente mortale accaduto al portalettere mentre svolgeva il proprio servizio - dichiara la Slc Cgil Lombardia - ancora una volta purtroppo si pone all’attenzione di tutti: azienda, istituzioni e organizzazioni sindacali il tema della tutela e della sicurezza sul luogo di lavoro. Ogni giorno migliaia di portalettere con grande dedizione e orgoglio svolgono un servizio prezioso per tutti i cittadini, dimenticato dalla politica e spesso vittima dei tagli del Governo. È indispensabile riaprire e rilanciare una vertenza Regionale affinché si analizzino e denuncino tutte le condizioni di rischio».

• I postini complessivamente accolgono la notizia del fatto commentando la triste sorte del collega, partecipano in gran parte alla colletta aziendale, e tirano avanti imperterriti per la loro strada (areole, abbinamenti, prestazioni varie, e soliti comportamenti).

Alcuni dati appaiono evidenti:

• Non si parla mai di infortunio mortale;

• Il lavoratore è morto per un incidente stradale;

• Colleghi e sindacati si occupano del conforto alla famiglia;

• Un sindacato si dichiara “sgomento e rattristato” dal grave incidente ed invita tutti (azienda, sindacati, istituzioni) ad analizzare le condizioni di rischio (sic!);

• La maggioranza assoluta dei postini incassa il fatto senza battere ciglio.

Proponiamo alcune considerazioni, ciniche all’apparenza, ma assolutamente pertinenti alle reali condizioni dell’attività lavorativa nel recapito.

Relativamente all’infortunio:

• Se il lavoratore ha rispettano le norme di sicurezza nella loro complessità, codice della strada compreso, nella migliore delle ipotesi la famiglia avrà un indennizzo da parte dell’assicurazione dell’auto (centomila o poco più) e un paio di migliaia di euro da parte di Inps/Inail (vedi la vicenda di Roberto Scavo deceduto a 19 anni nel 2008 per un infortunio stradale);

• Se non ha rispettato le norme di cui sopra, quindi avesse colpa secondo il codice della strada, e/o altrettanto per le disposizioni di sicurezza, nella peggiore delle ipotesi la famiglia potrebbe trovarsi senza alcun risarcimento dall’assicurazione e/o con un contenzioso col datore di lavoro.

Relativamente all’attività che stava svolgendo:

• Era nell’orario di lavoro? Era nel percorso di sua pertinenza? Stava volgendo una prestazione prevista? Era autorizzato a svolgere quella prestazione? Se la risposta è sì bene, altrimenti ci sarebbe materia per un altro contenzioso.

Relativamente al mezzo che stava usando:

• Il mezzo era efficiente, idoneo alla circolazione ed all’uso connesso all’attività lavorativa? Se sì tutto ok, se no, altro contenzioso con responsabilità da disputarsi tra datore e lavoratore.

Ci fermiamo con le considerazioni, altre se ne potrebbero aggiungere, ma il loro scopo si limita ad esemplificare i molteplici aspetti, le molteplici implicazioni, i molteplici rischi – in atto o potenziali – che accompagnano i lavoratori, alle poste come in ogni altro ambito, quando si tratta di rispetto delle norme, di applicazione delle disposizioni e delle procedure di sicurezza impartite dal datore di lavoro, nel loro insieme. Certamente quando queste vengano impartite e rispettate dallo stesso datore, perché in caso contrario - come l’esperienza insegna - il problema sarebbe diverso ma non esenterebbe i lavoratori dall’auto tutelarsi imponendone il rispetto, in ogni ambito. Chiudiamo qui quindi dal parlare del caso specifico citato, anche per rispetto nei confronti del dolore – quello sì vero – dei familiari, ma molto c’è da dire ancora sulle varie dinamiche che l’infortunio mortale ha messo in moto. Procediamo seguendo un ordine tematico.

 Non si parla mai di infortunio mortale

In nessuno degli articoli o delle agenzie che parlano del caso si usa il termine “infortunio sul lavoro”; sempre e comunque quello che ha causato la morte del postino è un incidente stradale; questa è una costante che da sempre accompagna le morti dei postali sulla strada; i postali non muoiono di lavoro ma perché circolano sulle strade. In discussione non c’è una sottigliezza semantica ma una questione di contenuti: se circolo sulla strada per fatti miei sono io a decidere cosa fare, se voglio circolare o meno (se ci fosse maltempo forse rimarrei a casa o prenderei il tram), dove devo andare, come uso il mezzo, eventualmente cosa trasporto; in questo caso nessuna di queste scelte mi è possibile: che piova a dirotto o meno devo andare a consegnare ciò che mi è imposto da Poste, nella quantità che decide, nel modo che vuole, coi tempi e per la durata che pretende, con i mezzi che mi fornisce. Non sono una persona che circola per strada, sono un lavoratore che opera per un datore di lavoro alle condizioni che mi sono imposte: da lui, dal contratto di categoria, dalla normativa specifica dell’attività. Se qualcuno si azzoppa, si sloga, muore, lo fa lavorando, il suo lavoro è la causa dell’infortunio, sia che si tratti di abrasioni, slogature, fratture, o anche – ebbene sì – nel caso di morte! Non è un dato insignificante che in azienda, tra i lavoratori, come senso comune diffuso, per una caduta, una frattura, ecc. si parli di infortunio, mentre nel caso di decesso si parli di incidente stradale, come se ci fosse una sorta di timore inconscio di dover fare i conti con questa realtà, come se fosse meglio negare che esista questa possibilità, che invece è all’ordine del giorno, come condizione potenziale pronta ad attuarsi ad ogni uscita per il recapito. Sia che per i lavoratori si tratti di una sorta di autodifesa psicologica o il frutto di un condizionamento esterno, certo è che per i loro rappresentanti sindacali, sindacalisti professionisti o semplici delegati rsu, l’atteggiamento non cambia, non esistono infortuni mortali per strada ma solo tragici incidenti stradali.

Come si comportano i lavoratori di fronte alla notizia della morte del collega.

E’ consuetudine che si proceda, estendendola ad un ambito più o meno ampio a seconda dei casi, ad una “colletta” a favore dei familiari. Lo stesso è accaduto anche questa volta, con la differenza che a questa pratica si è associata l’azienda per intervento diretto del responsabile RAM (così riporta la nota interna) rendendo l’iniziativa istituzionale e, in certo modo, imponendola agli stessi lavoratori (come altro intendere infatti l’uso dei tabulati con i nomi dei dipendenti per riscuotere l’obolo?). Insomma una variante della solita pratica pseudo solidaristica diffusa in questo paese in occasione di terremoti, alluvioni, e disgrazie varie, tramite il versamento di un’ora di stipendio o altro.

Non siamo certo contrari alla solidarietà, ma quando la presunta manifestazione di solidarietà serve solo ad acquietarsi la coscienza per procedere subito dopo a garantire i propri interessi, oppure viene compiuta per non dover contrariare il padrone che ti cerca i soldi, allora, per quanto ci riguarda, scatta un senso di repulsione totale. Se poi queste iniziative sono fatte proprie da sindacati e padrone, con parole rivoltanti: “le oo.ss. aderiscono ed invitano i lavoratori a partecipare fattivamente alla raccolta fondi” (comunicato Cisl & Co) dalla repulsione si passa al disgusto, perché oramai tutto è possibile ed il contrario pure, ma turlupinare i lavoratori in questo modo non dovrebbe essere possibile, né tollerato, e invece lo è, in modo sistematico.

Cosa fanno (dicono) i sindacati

Abbiamo già visto l’iniziativa di prelevamento fondi, con tanto di supporto digitale al passo dei tempi, d’altro vi è solo il comunicato stampa CGIL (per quanto ci è dato sapere). Il sindacato di centro-sinistra delle poste lombarde è rattristato dall’accaduto e la butta sul generico “tutela e sicurezza sul luogo di lavoro” richiedendo sul tema attenzione da azienda, istituzioni e sindacati; dà poi forma elegiaca alla “grande dedizione e orgoglio” dei postini per il loro lavoro, negletto invece da politica e governo, per chiudere con la richiesta di una vertenza regionale per analizzare e denunciare le condizioni di rischio.  Meglio che niente si dirà; ma alle volte è molto meglio il niente, e questa è una di quelle volte. Meglio, molto meglio, la raccolta telematica di spiccioli che una simile boiata.

Domanda, ma la CGIL postale non fa parte di tutti i comitati (paritetici o meno), osservatorii, commissioni, istituti, ecc, ecc,? Non ha la CGIL un apparato composto da professionisti del sindacato come gli altri? Non è la CGIL, come tutti gli altri sindacati, firmataria di tutti i contratti, gli accordi, i progetti, i piani interni a Poste? Non ha partecipato nel corso di decenni a definire termini e condizioni delle prestazioni lavorative dei postali? Non è, nel recapito, titolare, con gli altri, degli accordi di riorganizzazione/ristrutturazione succedutisi nel corso degli anni? Non è, per farla breve e venire al dunque, firmataria dell’ultimo accordo che farà strame definitivamente del recapito, dei lavoratori del recapito, nonché del defunto servizio pubblico?

Diamo noi stessi la risposta alle nostre domande: SI’ la CGIL è compartecipe della definizione di ogni aspetto della condizione generale dei lavoratori postali, anche, quindi, in tema di sicurezza e di condizioni di lavoro. Quale dovrebbe essere quindi il contenuto della invocata vertenza, cosa dovrebbe analizzare e denunciare? Non è tutto assolutamente evidente, sotto gli occhi di tutti, implicito nell’organizzazione del lavoro nel settore recapito (per limitarsi a questo) che qui la gestione della sicurezza è una burla, che si risolve in farsesche prove di evacuazione annuali, in patetici controlli sui DPI, in inverosimili corsi evidentemente più consoni per l’acquisizione di fondi di finanziamento che per il loro presunto obiettivo? 

Che, in sostanza, la “sicurezza sul lavoro” nelle poste, oltre a garantire un apparato di addetti incredibile, ha sovente solo la funzione di sanzionare disciplinarmente il dipendente, ma non di garantirgli condizioni di reale tutela e sicurezza nello svolgimento della propria attività? A dimostrazione di questa affermazione, c’è qualcuno in grado di spiegare il fatto che le decine di migliaia (30/35mila?) di addetti effettivi al recapito siano la sola categoria di postali non soggetti a sorveglianza sanitaria? Il lavoro di recapito non ha rischi specifici, che vanno ben oltre gli infortuni, che rendono obiettivamente, sulla base di dati scientifici raccolti da strutture pubbliche (ASL), questa categoria tra le ultime in assoluto in termini di aspettative di vita? No, non ci può essere nessuno in grado di dare questa risposta, salvo che non voglia prendere per il deretano i postini con raccolte di firme per l’attribuzione della qualifica di lavoro usurante a questa attività.

Piano di impresa e accordo per la nuova riorganizzazione

Il nuovo piano di impresa di Poste Deliver 2022 è stato presentato il 28 febbraio “alla comunità finanziaria nel corso del primo Capital Markets Day di Poste Italiane, alla Borsa Italiana”.L’obiettivo, non espresso ma evidente, è quello di rendere ulteriormente appetibile l’azienda in vista della prossima tranche di privatizzazione. Nella sostanza, al di là delle chiacchiere e dei lustrini, si tratta di un consolidamento della situazione finanziaria attuale con un aumento di utili contenuto “ma costante” ottenuto attraverso razionalizzazioni della gestione; in altre parole si tratterà di un cospicuo ridimensionamento del costo del lavoro (previsti -15.000 dipendenti nei prossimi 5 anni, con assunzioni ipotizzate di 10.000 figure professionali qualificate, tra cui 5.000 esperti in ambito finanziario e assicurativo). Complementare alla perdita di 15.000 unità lavorative vi sarà un aumento deciso della produttività per ogni singolo addetto e la parziale sostituzione di lavoratori stabili con precari di ogni forma e grado. E’ quasi certo che questi lavoratori precari saranno applicati alla produzione (recapito, sportelli, centri) perché è assai improbabile che le 5.000 figure di “alto profilo” (?) possano essere contrattualizzate con tipologie di precariato (ma non è detto). Niente di nuovo sotto il sole. E’ la solita, rodata ed efficiente pratica per estrarre il massimo profitto dall’attività di un’azienda oramai ex pubblica. 

In primo piano, tra gli interventi per il perseguimento degli obiettivi dichiarati, è la riorganizzazione del recapito; lo dichiara lo stesso AD: “siamo impegnati a eseguire un piano che è ambizioso, che parte da una ristrutturazione molto attenta del nostro business storico dei servizi postali; abbiamo lavorato intensamente in questi mesi con i colleghi di PCL, con le organizzazioni sindacali, per trovare una via che ci permette di contrastare la diminuzione della posta, dei volumi di posta che purtroppo, con internet va a diminuire”. Sui presunti effetti di internet torneremo, ora vogliamo solo sottolineare quanto abbiamo già detto: il piano di Poste e la riorganizzazione del recapito si regge solo grazie al lavoro dei sindacati firmatari (e della loro ridicola propaggine, le RSU).

Questo accordo stabilisce l’estensione in tutto il territorio nazionale, salvo pochi centri (città  di Milano, Roma, Napoli), del “recapito a giorni alterni”; la riduzione di migliaia di unità; i turni pomeridiani, la consegna il sabato e, se serve, la domenica; lo spostamento continuo dalla propria zona; introduce il concetto della prestazione “a saturazione” dell’orario, definita di volta in volta da capisquadra/responsabili che ogni giorno determinano quanto “saturare” i lavoratori business, in una sorta di cottimo diffuso che ben si sposa con una flessibilità senza limiti. Per la linea base la stessa saturazione è invece definita a monte con tagli di oltre il 15% del numero delle zone. Da sottolineare la diversificazione della tipologia dei prodotti (il famoso effetto internet) rispetto al passato, diversificazione che i postini già sperimentano, ma che subirà un’accelerazione dato che parte dei pacchi oggi nelle mani di SDA (cd piccoli) saranno consegnati da loro (con ricadute sui lavoratori di SDA che dovranno fare i conti con la riduzione degli addetti); resteranno tutte le altre tipologie di prodotti (massiva, prioritaria, tracciata, registrata, cartelle esattoriali,…). Sintetizzando, questa riorganizzazione si regge su un elemento essenziale: la flessibilità totale del lavoratore, dal punto di vista contrattuale (precario), per l’orario (turni, festivi), per la produttività (carichi indefiniti), per la prestazione (zone); lavoratore che, è bene ricordarlo, è già tracciato, sorvegliato, valutato in ogni singolo atto tramite il palmare in dotazione.

Ma torniamo all’ultima considerazione accennata all’inizio di questo scritto.  

La maggioranza dei postini incassa il fatto senza battere ciglio

Era evidentemente riferito all’infortunio mortale, tant’è che abbiamo anche scritto: “I postini complessivamente accolgono la notizia del fatto commentando la triste sorte del collega, ….. e tirano avanti imperterriti per la loro strada (le areole, abbinamenti, prestazioni varie, e soliti comportamenti), ma lo stesso principio, gli stessi comportamenti, sono estendibili anche agli effetti delle riorganizzazioni succedutesi negli ultimi anni. 

Che si tratti di una sorta di adattabilità genetica, o che invece sia il prodotto di una disillusione totale sulle possibilità di opposizione a qualsiasi avvenimento cada loro addosso, il fatto è che, sempre, nel corso degli anni, nonostante il peggioramento continuo delle condizioni di lavoro, delle prestazioni pretese, dei carichi, ecc, la maggioranza di loro ha continuato imperterrita a rendersi disponibile, flessibile, adattabile ad ogni richiesta ed imposizione da parte delle poste. 

Sulle ragioni di questo comportamento abbiamo scritto per anni; non vogliamo ripeterci, diciamo solo che: sia stato per una predisposizione culturale, per una congenita adattabilità alle pretese del più forte, per la cura esclusiva del proprio (piccolo, molto piccolo interesse), per l’incapacità di vedere oltre il dato immediato, sta di fatto che i postini (ma sarebbe meglio dire tutti i postali o, meglio ancora, la grande maggioranza dei lavoratori italiani negli ultimi decenni) non sono mai riusciti ad opporsi in modo reale al peggioramento sostanziale delle loro condizioni di lavoro e di vita; questo sia quando si è trattato di interventi macroscopici (es riforma Fornero, distruzione del welfare) che di “semplici” danni collaterali (aumento produttività). Il mugugno, è stata la massima reazione, espressione della frustrazione per una condizione di totale impotenza, che ha prodotto (e sta producendo) effetti devastanti sul piano culturale, sociale e politico. 

Non ci allunghiamo inutilmente, non è questa la sede, in analisi di carattere politico, diciamo solo che è il momento di provarci ancora una volta a dare una scossa a questa realtà soffocante. Lavoriamo in poste, ripartiamo da qui. L’occasione la forniscono ancora il padrone ed i suoi interessati servitori (sindacati): il piano di impresa, nei suoi punti essenziali che abbiamo visto, si deve combattere.

In gioco c’è una deriva che se non contrastata sarà sempre più inarrestabile; va posto un limite alla flessibilità, alla precarietà, alla perdita di diritti, che vanno riconquistati, a partire da quello della tutela della salute e della sicurezza sul lavoro; in discussione c’è il futuro di una intera generazione di lavoratori, oltre che di un’azienda e di un servizio, un tempo pubblici, ora nelle mani di investitori assetati di dividendi.

Diamo quindi il via come SI COBAS, insieme ad altri sindacati di base (CUB Poste - Cobas Poste) ad una mobilitazione tra tutti i lavoratori del gruppo Poste contro il nuovo piano di impresa per contrastarne gli effetti sulla condizione dei lavoratori postali nei vari settori, per la riconquista effettiva di diritti e dignità, lo faremo tramite la diffusione di notiziari, volantini, momenti di discussione e incontri pubblici, in vista della proclamazione di una giornata di sciopero da definire nelle prossime settimane.

S.I. Cobas aprile 2018

Aprile 03, 2018

Il fronte contro i lavoratori si allarga: all'Azienda e ai sindacati concertativi ora si aggiungono anche le rsu, che non sfigurano nel coro.Il 2 marzo 2018, anche i 97 membri della delegazione nazionale RSU hanno approvato l'accordo sul Recapito dell' 8 febbraio 2018, come da disposizioni del Testo Unico sulla Rappresentanza che stabilisce la validità degli accordi sottoscritti da cgil-cisl-uil ecc. dopo ratifica delle rsu. Così, anche quest'ultime hanno svolto il loro compito. Intanto vediamo i contenuti dell'accordo sul Recapito. Questo stabilisce l'estensione in tutto il territorio nazionale, salvo poche enclave, del “recapito a giorni alterni”; la riduzione di migliaia di unità; i turni pomeridiani, la consegna il sabato e, se serve, la domenica; l'ampliamento delle zone di consegna; lo spostamento continuo dalla propria zona; introduce il concetto della prestazione “a saturazione” dell'orario, non più quindi con criteri che mettono insieme numero pezzi, tempi necessari e spazi da percorrere, ma solo il criterio dei capisquadra/responsabili che ogni giorno determinano quanto “saturare” i lavoratori business, in una sorta di neocottimismo che ben si sposa con una flessibilità senza limiti. Siamo davanti alla distruzione della prestazione lavorativa dei ptl: questa è la sostanza, al di là di quello che possono raccontare gli spiegoni filoaziendali per far digerire quella che è una vera e propria controriforma. Il fatto che oggi si aggiungono ai firmaioli anche le rsu non toglie nulla alle nostre possibilità di lotta: le 97 rsu sono uno “stato maggiore”, piegato sulle posizioni dei sindacati firmatari, espressione di questi sindacati, privi di autonomia.La delegazione rsu, inoltre, messa su in fretta e furia, su liste bloccate dalle segreterie firmatarie, non ha neppure “sentito” i lavoratori, fatta alcuna assemblea, ricevuto alcun mandato! Dunque quello che è uscito dalla porta con i sacrifici e le lotte dello scorso anno, rientra oggi dalla finestra. E ciò non ci deve meravigliare perchè in realtà la controriforma non è mai definitivamente uscita ma era in attesa (cambio AD, elezioni...) e sempre presente nei piani aziendali, per riproporsi, riprendendo un'offensiva che tenta ora l'affondo finale, con la complicità delle rsu. Questa è la settima ristrutturazione negli ultimi 10 anni, tutte ideate col proposito di curvare i portalettere. Sette ristrutturazioni sono il segno della loro perseveranza ma anche delle contraddizioni che regnano nel comando aziendale. Sarebbe però un errore credere che l'accordo cada per contraddizioni interne, o muoia per anemia. Nessun accordo cade senza la lotta di massa dei lavoratori. E' necessario organizzarsi attorno ai sindacati di base, costituire nuclei e comitati autonomi e poi collegarsi in un lavoro di agitazione sino allo sciopero generale della categoria. Per l'unità del sindacalismo di base.   marzo 2018 - CUB Poste - COBAS POSTE - SICOBAS

Marzo 30, 2018

E’morto ieri un portalettere, un lavoratore ed anche se non lo conoscevamo personalmente questo ci basta per piangerlo e pensare alle persone a lui care. 

Quello che invece non accettiamo è che venga archiviato come “ tragica fatalità” perché non lo è e non lo sono le migliaia di infortuni, più o meno gravi, che ogni anno si verificano in Poste Italiane. 

L ‘Azienda fa partecipare i portalettere alla formazione sulla sicurezza, fornisce i DPI, ma nega nei fatti l’indissolubile legame tra infortuni ed organizzazione del lavoro che con i tagli dei posti di lavoro, il conseguente aumento dei carichi e le continue pressioni a cui i postini sono sottoposti, sono le cause principali dell’aumento dei ritmi, del conseguente calo dell’attenzione e quindi di maggior rischio infortuni. 

E questa situazione peggiorerà ancora con la nuova riorganizzazione che partirà ad aprile, se poi pensiamo allo stato del parco motomezzi, vecchi e malfunzionanti il quadro è completo. 

Costretta per legge ad illustrare le norme a cui i lavoratori devono attenersi per limitare il rischio infortuni, è la stessa Azienda a far pressione sui portalettere per smaltire la corrispondenza, sostituire le unità mancanti con gli abbinamenti cosi che i postini escono con motorini stracarichi, con lo stress di dover consegnare tutta la corrispondenza nell’orario previsto, e questo aggiunto alle condizioni climatiche diminuisce la soglia di attenzione al traffico ed alla strada. Anche per questo non si può accettare che vengano definiti “incidenti stradali” ma solo infortuni sul lavoro. 

L’Azienda risponderà, insieme alle OO.SS. firmatarie, che la riorganizzazione si deve fare in nome del profitto anche a scapito però dell’occupazione, della sicurezza e della dignità di tutti i lavoratori. 

Contro tutto questo, per non dimenticare, continueremo a lottare ! 20 marzo 2018

Per l’unità del sindacalismo di base CUB POSTE - COBAS POSTE - SI COBAS

Marzo 30, 2018

Una splendida dimostrazione di forza e di orgoglio operaio e proletario si è avuta in piazza in occasione dello sciopero generale di venerdì scorso. Qualche migliaio di persone (duemila solo nello spezzone SI Cobas) ha bloccato la città con due cortei che si sono poi congiunti in Duomo, riempiendo la piazza delle rivendicazioni e delle lotte dei lavoratori in corso e preannunciando le battaglie future. Così come Milano, anche le altre principali metropoli sono state attraversate dalla determinazione operaia, non più comprimibile nell’angolo in cui padronato e governi la volevano costringere schiacciandolo con il peso della crisi sistemica del capitale. Un protagonismo che si è riversato nelle strade, dando un segnale univoco e chiaro.

Novembre 01, 2017

Dopo una serrata durata pressoché un mese, giovedì 12 ottobre in Prefettura, SDA e SI Cobas hanno sottoscritto un accordo per la riapertura dell’hub di Carpiano e la ripresa dell’attività bloccata per scelta padronale. Nonostante SDA abbia cercato con fermezza, nei precedenti incontri, di chiudere ogni spazio alla trattativa per tentare di annichilire il sindacato e recuperare rapporti di forza più favorevoli, la determinazione e la resistenza dimostrata dai lavoratori hanno impedito che ciò si concretizzasse.

Novembre 01, 2017