Contrastare piano Poste è necessario e possibile

Settembre 06, 2018

Poste e sindacati (è bene sempre ricordare che i sindacati hanno un ruolo determinante e decisivo in questo piano) stanno lavorando per estendere il piano Deliver 2022 a tutto il territorio nazionale. Là dove questo è già avvenuto, i risultati sono esattamente quelli che ci si aspettava: un disastro complessivo sia riguardo al servizio di recapito che per quanto riguarda la condizione dei portalettere. In particolare nei territori interessati dai giorni alterni, cioè la quasi totalità del paese, quindi anche in grandi città (Firenze, Torino, …) la situazione è già al collasso: cumuli di corrispondenza ferma si accompagnano ad effetti devastanti sui lavoratori, si stanno moltiplicando infortuni, assenze per malattia, insostenibili livelli di stress. Con lo sciopero del 25 maggio abbiamo dato il via ad una stagione di contrasto e lotta, contro le decisioni di poste e sindacati; una stagione che non potrà che essere lunga, faticosa, non episodica, quotidiana nel suo sviluppo, ma con delle oggettive possibilità di esito positivo. Del resto non esistono alternative a questa scelta, o i lavoratori ne capiscono l’esigenza e si impegnano in tal senso, o per loro (noi) non vi sarà un futuro lavorativo accettabile.

Non intendiamo, in questo momento, rivolgere alcun appello di carattere ideologico alla necessità della lotta contro la distruzione del servizio pubblico; questo attacco, in corso da anni, sta già ottenendo il risultato prefissato: al di là delle formalità istituzionali infatti, il servizio pubblico postale è morto nella sua sostanza, sostituito da un servizio di recapito modello corriere espresso, quindi definito in termini di redditività per prodotto e clientela, esattamente l’equivalente, fatte salve le prerogative proprie dei vari settori, a quanto è già accaduto per la sanità e i trasporti. Questa modalità di recapito è esattamente ciò che caratterizza il piano poste, si fonda su pochi elementi decisivi: priorità assoluta a prodotti ad alto valore aggiunto, tempestività della consegna, quindi flessibilità degli orari di consegna e totale copertura della giornata e dei giorni della settimana.

A fronte di questi punti fermi tutto il resto diventa secondario, ininfluente e insignificante, da ciò la sostanziale indifferenza nei confronti della corrispondenza “normale” (che normale non è più da tempo considerati i costi di spedizione), che può quindi giacere per giorni nei centri fino all’attivazione delle squadre spazza tutto che, generalmente nel weekend, fanno pulizia. Così sta avvenendo in poste come nelle altre grandi società di recapito.Il raggiungimento degli obiettivi aziendali si fonda a sua volta su un elemento decisivo: la flessibilità totale del lavoratore, sia dal punto di vista contrattuale, con la diffusione del lavoro precario; sia per l’orario di lavoro, con l’introduzione di vari turni e copertura di tutta la settimana; sia per l’aumento della produttività, con tagli di zone e carichi indefiniti; sia per la durata della prestazione, con un implicito, necessario, ricorso al lavoro straordinario.

E’ esattamente questo elemento, la flessibilità, nelle sua varie declinazioni, il punto principale sul quale intervenire; mentre il continuo ricorso ai lavoratori precari, così come la nuova organizzazione dei turni sono difficilmente contrastabili in questo contesto, la durata della prestazione, quindi il lavoro straordinario, è invece certamente attaccabile, con evidenti ricadute sulla produttività attesa da poste.Orario di lavoro e produttività sono da sempre i fondamentali di ogni battaglia sindacale contro il padrone, passano i secoli ma sono sempre lì al centro dell’interesse, incredibilmente, oggi più che mai, anche in poste.Ripetiamo rivolgendoci a tutti i lavoratori del recapito: è necessario e non impossibile attaccare il piano su questo punto.Da anni i sindacati di base dichiarano scioperi delle prestazioni straordinarie ed aggiuntive nel recapito contro il ricorso all’areola da parte di poste (in seguito anche i firmatari hanno usato questo strumento ma solo a fini strumentali, senza dargli il minimo supporto, senza alcun impatto reale); il rifiuto della prestazione è stata sostenuta da anni da un ristretto numero di lavoratori, sovente subendo sanzioni disciplinari finite con esiti alterni in positivo e negativo. Le ragioni di questi esisti negativi derivavano da una incongruenza creata ad arte da poste e sindacati. Per farla breve, nella definizione di questo sistema vi era la previsione della possibilità di svolgere la parte aggiuntiva di lavoro sia all’interno che oltre l’orario di lavoro normale ma sempre e solo retribuito con la quota areola, senza alcuna ipotesi di prestazione straordinaria. Lo sciopero dei sindacati di base contestava questa ipotesi e rivendicava il principio che il lavoro oltre l’orario standard fosse da ritenersi esclusivamente straordinario e non potesse essere inteso come una forma di intensificazione di produttività. Questa rivendicazione è sovente stata accolta in sede di giudizio, ma molte volte rigettata con legittimazione della sanzione disciplinare.Oggi questa situazione anomala si è completamente risolta, l’accordo relativo al piano prevede che ogni prestazione che superi l’orario di lavoro sia da ritenersi straordinaria, quindi da retribuire come da CCNL, anche se legata alla sostituzione da areola; da ciò l’assoluta legittimità dello sciopero dello straordinario, non più contestabile in alcuna sede.Lo sciopero dello straordinario acquista oggi dunque uno status di “normalità” che pone al riparo i lavoratori aderenti da sanzioni disciplinari. E’ quindi uno strumento da usare, utile, importante, a lungo andare, in qualche misura, potenzialmente decisivo per l’esito del piano poste.Lo sciopero verrà dichiarato nei prossimi giorni di settembre con la consueta durata di un mese per tutto il territorio nazionale.

Ma da solo potrebbe non bastare. Va rafforzato facendo ricorso al il rigido rispetto dell’orario contrattuale di lavoro, sia in uscita che in ingresso. Dovrebbe essere un dato elementare, scontato, implicito in un rapporto di lavoro subordinato, ma non è così, alle poste non è così, qui, paradossalmente, non viene rispettato da una gran parte dei postini, in chiaro contrasto con le stesse disposizioni contrattuali e aziendali. Quanti nel recapito sono già presenti da tempo a lavorare prima dell’inizio del turno! E quanti, ancora, dopo la fine dell’orario d’obbligo! E’ assurdo ma questa è la situazione.  Bisogna quindi dire basta a queste pratiche ridicole, contrarie ad ogni logica, deleterie per tutta la categoria, screditata agli occhi della contro parte, ridicolizzata per la sua incapacità di difendere i propri interessi. Gli effetti sugli aumenti di produttività imposti dal piano, prodotti dal rispetto rigido dell’orario, oltre che ottenibili senza particolare impegno da parte dei lavoratori, né rischi di sorta, sarebbero senza dubbio alcuno di assoluto rilievo, al limite potrebbero anche vanificare l’aumento dei carichi di lavoro.

Se ancora non bastasse, se lo sciopero dello straordinario e il rispetto dell’orario contrattuale non fossero sufficienti ai lavoratori per difendersi e, perché no, attaccare il piano di poste, vi è un altro mezzo, altrettanto potenzialmente decisivo: la difesa della salute e la sicurezza sul lavoro. Per il postale medio, la sicurezza sul lavoro è un tema assolutamente superfluo; per costoro difendere la propria salute e garantire la propria sicurezza in ambito lavorativo costituisce un non problema. Questa affermazione trova immediato riscontro nei comportamenti quotidiani di molti lavoratori in tutti i centri di recapito, sia che si tratti di usare mezzi non idonei, pericolosi, sia che si compiano azioni vietate come sovraccaricare i mezzi, il principio è sempre quello: della sicurezza non mi occupo, accada quel che accada.  E quel che accade lo sappiamo tutti, prima o poi ci scappa il morto, ma anche allora nessun ripensamento tocca questi geni, perché sono convinti che a loro non succederà mai di schiantarsi, di cadere e rompersi, ma soprattutto non accadrà mai di lasciarci le penne. Auguri a questi fenomeni naturalmente, agli altri lavoratori, meno idioti, invece rivolgiamo una sorta di appello su questo tema, partendo da alcune precisazioni a nostro parere di rilievo in questo contesto. Oggi, per la maggior parte dei lavoratori, in tutte le categorie, quindi non solo tra i postali, il tema della sicurezza (e della difesa della salute) è percepito in modo distorto, nel migliore dei casi come una sciocca imposizione aziendale, coniugata dalla noia delle ore dei corsi, e dalla routine della consegna periodica della documentazione specifica. Nessuna valutazione di merito, nessun barlume di comprensione dell’entità del problema, nessuna ipotesi di critica della gestione aziendale. 

Siamo lontani anni luce dagli anni ’70 e dalle origini operaie del sapere sulla difesa della salute, quando cioè il sapere sul tema era il frutto dell’elaborazione collettiva dei lavoratori dentro la fabbrica e non, come oggi, una pratica burocratica nelle mani del padrone. Padrone che, in poste come altrove, agisce (quando lo fa) solo ed esclusivamente in funzioni degli obblighi di legge, quindi su un piano fondamentalmente formale, senza curarsi minimamente della reale comprensione e conseguente applicazione delle disposizioni.  In altre parole poste dichiara in mille modi cosa e come fare o non fare, poi tralascia in modo spudorato di fare controlli o di adempiere essa stessa alle stesse disposizioni previste dalla norma. Questo fino al momento che si rende necessario colpire qualcuno che dà fastidio, perchè nel caso si fa ricorso anche alla normativa sulla sicurezza per sanzionarlo.  Insomma poste come altri padroni sono attaccabili su questo terreno, di margini ve ne sono e ampi, sta ai lavoratori capire quali, quanti, e dove si trovano; quali i più sensibili ed attaccabili. Ma per far questo, prima è necessario che ci sia una svolta nelle teste dei postali, perché finalmente capiscano che la sicurezza e la difesa della salute sul lavoro non sono una sciocchezza (gestita come tale da poste) ma una cosa seria, con implicazioni serie, da trattare come tale.Senza sognare un ritorno alla produzione di un sapere operaio come negli anni ’70, dei passi in avanti su questo terreno sono certamente possibili alle poste, anche in considerazione del minimo livello attuale. 

Ne guadagnerebbe naturalmente la condizione collettiva dei lavoratori ma, nello stesso tempo, si determinerebbero degli effetti notevoli anche sulla riorganizzazione. Rifiutarsi di lavorare in modo “insicuro”, in condizioni ambientali e con strumenti insicuri, è un passo elementare ma dai grandi effetti sull’attività lavorativa; respingere pressioni e imposizioni su carichi e tempi di lavoro in nome della sicurezza è un gioco da ragazzi, non c’è bisogno di essere dei fenomeni, basta capire e volerlo fare. E questo, secondo noi dovrebbero fare i lavoratori; noi lo facciamo, da sempre! Un aspetto correlato a quanto appena descritto, ma sempre legato al tema, è quello della sorveglianza sanitaria dei portalettere. Oggi 30.000 (o quanti sono realmente) lavoratori che svolgono un’attività non certamente salubre non ricevono alcuna attenzione sul piano sanitario. Vero che i postini sono esseri umani speciali che sopravvivono per decenni (30, oggi anche 40) in condizioni certo non agevoli sia dal punto di vista ambientale (inquinamento), che atmosferico (ogni condizione), che fisico (traffico), che psicofisico (stress), ma non crediamo sia un caso che studi epidemiologici dichiarino da anni che quella dei postini è collocata tra le ultime categorie relativamente al prolungarsi dell’attesa di vita, con una riduzione documentata di 3,9 anni rispetto ad altre categorie più favorite. E’ un caso che poste e sindacati non si pongano minimamente il problema? Sono stupidi? Non crediamo, pensiamo invece il farlo comporterebbe oggettivamente ed immediatamente una seria conseguenza: la necessità di ricollocazione di qualche migliaia (?) di lavoratori ad attività meno gravose e insalubri.  Se ne guardano bene dal farlo, c’è però qualcuno in campo sindacale che, ciurlando nel manico, sfiora la questione promuovendo (ma dove? ma quando?) una petizione per il riconoscimento del carattere usurante del lavoro del postino. Lasciamo agli allocchi il farsi attrarre da questo specchietto, noi riteniamo invece di iniziare una campagna per imporre a poste l’attivazione della procedura della sorveglianza sanitaria per i portalettere, inserendola nel documento di valutazione dei rischi.  In sostanza, perché dichiarare un rischio antrace (?) e fingere che non ci sia il problema delle micro polveri, o dei gas di scarico? E’ arrivato o no il momento di chiedere conto ai padroni delle poste di questa “disattenzione”? Noi pensiamo che sia giunto questo momento. Ci sarà qualche genio tra i postali che avverserà questa scelta che, diranno, mette a rischio il posto di lavoro di molti; bene lasciamo a questi geni le loro convinzioni, ma pensiamo che innanzitutto poste come altri padroni abbia l’obbligo di tutelare la salute dei suoi dipendenti, quindi che non sia accettabile patteggiare lavoro contro salute ponendo l’alternativa tra le due opzioni, perché si tratta di una mistificazione che fa comodo ai padroni e non ai lavoratori.  Lavoro e salute devono andare di pari passo, alle spese di chi fa profitti sul lavoro altrui, che siano le poste o i vari padroni dell’ILVA, o della Eternit, o della Breda, ecc, la salute non può essere subordinata a patteggiamenti! 

Queste sono le nostre proposte operative, praticabili da tutti, tutti i giorni, col minimo impegno, e con risultati potenzialmente importanti per contrastare il piano di poste e sindacati. Ma ancora non basta. Occorre necessariamente dare uno sbocco di carattere politico a questa azione di resistenza di lungo periodo, e questo sbocco non può che essere una nuova giornata di sciopero a livello nazionale nei prossimi mesi. Non è un’azione velleitaria, lo sciopero del maggio scorso, contrariamente a tutte le previsioni, ha dimostrato che la volontà di lotta è più diffusa di quanto si possa pensare tra i postali. Probabilmente il venir meno dei livelli di sostenibilità della produttività, il mutamento radicale degli orari della prestazione, la perdita di “garanzie” ottenute in un modo o nell’altro nel corso degli anni, ha spinto molti lavoratori a partecipare allo sciopero indetto dai sindacati di base. Non sarebbe una novità che le condizioni materiali dei soggetti coinvolti possano determinare una presa di coscienza di questo tipo, ma alle poste è certamente una novità. Vedremo. 

Due dati sono certi: uno, che se non lottano i postali subiranno a brevissimo termine un drastico peggioramento della loro condizione lavorativa, due, che in ragione del mutamento del carattere specifico dell’attività di recapito il potere contrattuale nelle mani dei lavoratori è certamente aumentato e diventato importante. Senza dilungarci, per quanto riguarda il primo punto, al di là dei tagli, dell’aumento della produttività, ecc, con cui già oggi ci si deve confrontare, va tenuto in debito conto la volontà dichiarata dal attuale amm.re delegato di ridurre drasticamente (oltre il 50%, cioè circa 70mila) il numero dei dipendenti, bloccando il turn over da pensionamenti nei prossimi 10 anni (vedi PosteNews marzo 2018). Per il secondo, appare evidente che diventando sempre più centrale nell’attività di recapito l’ambito dell’e-commerce, con le implicazioni del caso: interessi economici in gioco, soggetti coinvolti (uno per tutti Amazon), un’azione di sciopero di un certo rilievo avrebbe effetti decisamente importanti. Poste non potrebbe più gioire per scioperi di testimonianza che non producono altro che mini giacenze insignificanti per quantità e qualità di prodotto, un ritardo di un giorno dei prodotti Amazon rappresenterebbe un danno da scongiurare eccome. Sogni? Non crediamo, le condizioni oggettive stanno andando in questa direzione, manca solo la presa di coscienza dei postali, fino ad oggi insufficiente, ma con segnali timidamente positivi.

Abbiamo tralasciato di citare anche gli altri settori di poste (sportelli ecc), di certo non immuni da questi processi di riorganizzazione, tutti orientati e dettati, ovviamente, dalla ragione sociale di Poste Italiane, una SpA con capitale a maggioranza pubblico, quotata in borsa, già con una consistenza quota di investitori privati. Non ci dilunghiamo sugli obiettivi e le implicazioni di questa condizione (profitti ecc), vogliamo invece ribadire che come è necessario e vitale per i postini in genere lottare contro la riorganizzazione, altrettanto lo è per gli addetti degli altri settori che certamente non possono dormire sonni tranquilli. Occorre l’unità tra tutti i lavoratori di poste, hanno tutti gli stessi interessi, l’epoca dei piccoli privilegi di categoria è finita; non ci sono riusciti negli anni i lavoratori, lo ha fatto il padrone poste a equiparare la condizione e gli interessi di tutti i postali, non resta che prendere atto e agire di conseguenza.

 

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