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“Trasparenza, lealtà, correttezza”ovvero: “Se le parole pagasse dazio, saria un afar serio”

Ecco le parole che usano regolarmente i responsabili di poste incaricati alla repressione di qualsiasi forma di rivendicazione, di resistenza, di presa di coscienza dei lavoratori .
Violazione dei principi di “trasparenza lealtà e correttezza” la formula usata per giustificare l'accanimento disciplinare contro chi non sta “tranquillo” al suo posto e non accetta servizievole  ogni imposizione aziendale.

Quando le contestazioni arrivano a sanzionare i lavoratori per motivi che vanno oltre le logiche del rapporto di lavoro ma che si annidano nella volontà di colpire chi osa avere idee diverse e atteggiamenti non graditi a chi è preposto al comando, vuol dire che “trasparenza, lealtà e correttezza“ è una formula vuota, usata da chi non ha neppure molta fantasia, oltre che scarse conoscenze giuridiche.

I dirigenti non sono interessati a sentire le ragioni dei lavoratori, qualsiasi sia il livello e il merito delle loro difese. Non accettano tentativi di conciliazione; se ne fregano di qualsiasi giustificazione costringendo di fatto i lavoratori a lotte impari (“Davide contro Golia”) anche sul piano economico.  Con questa impostazione, che non si può definire altrimenti se non “politica”, le poste sono all'avanguardia tra tutto il padronato. In nessun altra azienda si fa causa ad un operaio per un richiamo scritto o per una multa. In nessun altra azienda si continua a sanzionare un dipendente per lo stesso motivo, mentre è già in corso un procedimento disciplinare, perchè la giurisprudenza lo vieta; eppure loro lo fanno perchè glielo consentono contratti e accordi scritti solo in funzione aziendale e regolarmente firmati da sindacati collusi.

Qui, evidentemente, c'è qualche cosa che non va. I conti non tornano, anche in senso letterale.
Spesso queste cause finiscono con le poste che perdono la causa, in tutto o in parte; i lavoratori pagano di tasca propria, i dirigenti responsabili di procedimenti assurdi invece no. Non pagano un centesimo; attingono dalla “cassa comune” di Poste Italiane spa che, è meglio ricordarglielo ogni tanto, è costituita dai soldi di tutti noi, non sono del presidente, dell'amministratore delegato o, meno ancora, dei capetti più o meno locali.

Il fatto è che hanno in organico una pletora di avvocati, e bisogna pur dare un senso alla loro presenza!
Il guaio vero è che nessuno chiede loro conto della gestione di questi soldi di tutti. Ogni tanto la Corte dei Conti si fa viva (come sulle decine di migliaia di cause sui contratti a termine, perse sistematicamente da quasi vent'anni), ma non si va oltre il richiamo.
Vige una sorta di immunità in poste, ma solo per i dirigenti.
Nessuno è chiamato a rispondere per i disastri prodotti nella gestione del servizio (vedi ristrutturazioni a catena, progetti falliti, livelli di qualità inverosimili, zone ferme per giorni, ecc); per questi “paga Pantalone”!
Tra i dirigenti di  Poste circola il virus dell'arroganza, dell'onnipotenza, che spesso spinge ad andare oltre il limite anche nella gestione del servizio pubblico, come nel caso della multa da oltre 500.000 € inflitta dall'antitrust per comportamento scorretto verso i “clienti” (vendevano prodotti costosi: RV, RP, pacchi J+1 +3 e negavano quelli normali: AR, R, o pacchi ordinari).

O nel violare le regole del mercato a cui tanto tengono, beccandosi 35 milioni di multa per sfruttamento di posizione dominante per l'appalto di Equitalia sulle cartelle esattoriali,  preso a costo zero, visto che ai portalettere non è stato riconosciuto neanche un centesimo della torta da 75 milioni di €uro.
In poste si è in balia di una consorteria che si regge sull'intreccio tra politica, sindacati, clientele di ogni tipo.
Questo intreccio governa da sempre la più grande società di servizi del paese. Sarà questo intreccio a deciderne le sorti nell'ormai prossimo e definitivo affossamento del carattere pubblico della società.
Anche in ambito locale questo intreccio è fondamentale per tenerla in piedi. Personaggi che non potrebbero aver nessun ruolo in aziende private, né dal punto di vista sindacale né da quello aziendale, qui trovano un terreno di coltura che li fa prosperare e fiorire rigogliosamente.
É ora di mandarli a casa, almeno per quelli sindacali, per i quali l'operazione è più semplice.

E' colpa di costoro se i dirigenti di poste possono permettersi la loro arroganza, il loro - presunto - strapotere. Liberarsene può solo far del bene ai lavoratori.
Alzare la testa, rivendicare diritti, rispetto, tutela, è possibile, basta volerlo! In alternativa c'è solo il mantenere la situazione di sempre, in cui ai lavoratori spetta il ruolo di utili idioti, condannati ad una condizione indegna.
SU LA TESTA! "Meio morir bevui che magnai".      29 Febbraio 2012 - SI Cobas Verona