Il fatto è noto, (da ilgiorno.it): “Bollate (Milano), 20 marzo 2018. Era in sella allo scooter e stava distribuendo la corrispondenza quando, per cause ancora in corso di accertamento, si è tragicamente scontrato con una Fiat Bravo. Un impatto violento, B. M., portalettere 41enne di Poste Italiane in servizio al Centro Recapito di Bollate, è finito a terra e ha riportato gravissimi traumi”; è deceduto dopo poche ore. 

La stessa formula è stata usata da vari organi di informazione più o meno locali. 

Le reazioni:
• I colleghi del lavoratore avviano una raccolta fondi a sostegno della famiglia;
• CISL, FAILP, CONFSAL, diffondono la nota “Un gesto solidale” nella quale dichiarano di aderire all’iniziativa ed invitano i lavoratori a fare altrettanto versando un contributo sulla postepay della madre;
• Poste, diffonde una nota interna nella quale, facendo propria l’iniziativa, col beneplacito del capo RAM, invita ulteriormente i colleghi a contribuire; la raccolta sarà fatta nominativamente, con tanto di tabulati, a tappeto, per tutti i centri di lavoro.
• La CGIL di categoria dirama il seguente comunicato stampa: «Lascia sgomenti e rattrista il grave incidente mortale accaduto al portalettere mentre svolgeva il proprio servizio - dichiara la Slc Cgil Lombardia - ancora una volta purtroppo si pone all’attenzione di tutti: azienda, istituzioni e organizzazioni sindacali il tema della tutela e della sicurezza sul luogo di lavoro. Ogni giorno migliaia di portalettere con grande dedizione e orgoglio svolgono un servizio prezioso per tutti i cittadini, dimenticato dalla politica e spesso vittima dei tagli del Governo. È indispensabile riaprire e rilanciare una vertenza Regionale affinché si analizzino e denuncino tutte le condizioni di rischio».
• I postini complessivamente accolgono la notizia del fatto commentando la triste sorte del collega, partecipano in gran parte alla colletta aziendale, e tirano avanti imperterriti per la loro strada (areole, abbinamenti, prestazioni varie, e soliti comportamenti). 

Alcuni dati appaiono evidenti:
• Non si parla mai di infortunio mortale;
• Il lavoratore è morto per un incidente stradale;
• Colleghi e sindacati si occupano del conforto alla fa- miglia;
• Un sindacato si dichiara “sgomento e rattristato” dal grave incidente ed invita tutti (azienda, sindacati, istituzioni) ad analizzare le condizioni di rischio (sic!);
• La maggioranza assoluta dei postini incassa il fatto senza battere ciglio. 

Proponiamo alcune considerazioni, ciniche all’apparenza, ma assolutamente pertinenti alle reali condizioni dell’attività lavorativa nel recapito. 

Relativamente all’infortunio:
• Se il lavoratore ha rispettano le norme di sicurezza nella loro complessità, codice della strada compreso, nella migliore delle ipotesi la famiglia avrà un indennizzo da parte dell’assicurazione dell’auto (centomila o poco più) e un paio di migliaia di euro da parte di Inps/ Inail (vedi la vicenda di Roberto Scavo deceduto a 19 anni nel 2008 per un infortunio stradale);
• Se non ha rispettato le norme di cui sopra, quindi avesse colpa secondo il codice della strada, e/o altret- tanto per le disposizioni di sicurezza, nella peggiore delle ipotesi la famiglia potrebbe trovarsi senza alcun risarcimento dall’assicurazione e/o con un contenzioso col datore di lavoro. 

Relativamente all’attività che stava svolgendo:
• Era nell’orario di lavoro? Era nel percorso di sua pertinenza? Stava volgendo una prestazione prevista? Era autorizzato a svolgere quella prestazione? Se la risposta è sì bene, altrimenti ci sarebbe materia per un altro contenzioso. 

Relativamente al mezzo che stava usando:
• Il mezzo era efficiente, idoneo alla circolazione ed all’uso connesso all’attività lavorativa? Se sì tutto ok, se no, altro contenzioso con responsabilità da disputarsi tra datore e lavoratore. 

Ci fermiamo con le considerazioni, altre se ne potrebbero aggiungere, ma il loro scopo si limita ad esemplificare i molteplici aspetti, le molteplici implicazioni, i molteplici rischi – in atto o potenziali – che accompagnano i lavoratori, alle poste come in ogni altro ambito, quando si tratta di rispetto delle norme, di applicazione delle disposizioni e delle procedure di sicurezza impartite dal datore di lavoro, nel loro insieme. Certamente quando queste vengano impartite e rispettate dallo stesso datore, perché in caso contrario - come l’esperienza insegna - il problema sarebbe diverso ma non esenterebbe i lavoratori dall’auto tutelarsi imponendone il rispetto, in ogni ambito. Chiudiamo qui quindi dal parlare del caso specifico citato, anche per rispetto nei confronti del dolore – quello sì vero – dei familiari, ma molto c’è da dire ancora sulle varie dinamiche che l’infortunio mortale ha messo in moto. Procediamo seguendo un ordine tematico. 

Non si parla mai di infortunio mortale 

In nessuno degli articoli o delle agenzie che parlano del caso si usa il termine “infortunio sul lavoro”; sempre e comunque quello che ha causato la morte del postino è un incidente stradale; questa è una costante che da sempre accompagna le morti dei postali sulla strada; i postali non muoiono di lavoro ma perché circolano sulle strade. 

In discussione non c’è una sottigliezza semantica ma una questione di contenuti: se circolo sulla strada per fatti miei sono io a decidere cosa fare, se voglio circolare o meno (se ci fosse maltempo forse rimarrei a casa o prenderei il tram), dove devo andare, come uso il mezzo, eventualmente cosa trasporto; in questo caso nessuna di queste scelte mi è possibile: che piova a dirotto o meno devo andare a consegnare ciò che mi è imposto da Poste, nella quantità che decide, nel modo che vuole, coi tempi e per la durata che pretende, con i mezzi che mi fornisce. 

Non sono una persona che circola per strada, sono un lavoratore che opera per un datore di lavoro alle condizioni che mi sono imposte: da lui, dal contratto di categoria, dalla normativa specifica dell’attività. 

Se qualcuno si azzoppa, si sloga, muore, lo fa lavorando, il suo lavoro è la causa dell’infortunio, sia che si tratti di abrasioni, slogature, fratture, o anche – ebbene sì – nel caso di morte!
Non è un dato insignificante che in azienda, tra i lavora- tori, come senso comune diffuso, per una caduta, una frattura, ecc. si parli di infortunio, mentre nel caso di decesso si parli di incidente stradale, come se ci fosse una sorta di timore inconscio di dover fare i conti con questa realtà, come se fosse meglio negare che esista questa possibilità, che invece è all’ordine del giorno, come condizione potenziale pronta ad attuarsi ad ogni uscita per il recapito.
Sia che per i lavoratori si tratti di una sorta di autodifesa psicologica o il frutto di un condizionamento esterno, certo è che per i loro rappresentanti sindacali, sindacalisti professionisti o semplici delegati rsu, l’atteggia- mento non cambia, non esistono infortuni mortali per strada ma solo tragici incidenti stradali. 

E’ consuetudine che si proceda, estendendola ad un ambito più o meno ampio a seconda dei casi, ad una “colletta” a favore dei familiari. Lo stesso è accaduto anche questa volta, con la differenza che a questa pratica si è associata l’azienda per intervento diretto del responsabile RAM (così riporta la nota interna) rendendo l’iniziativa istituzionale e, in certo modo, imponendola agli stessi lavoratori (come altro intendere infatti l’uso dei tabulati con i nomi dei dipendenti per riscuote- re l’obolo?). Insomma una variante della solita pratica pseudo solidaristica diffusa in questo paese in occasione di terremoti, alluvioni, e disgrazie varie, tramite il versamento di un’ora di stipendio o altro. 

Non siamo certo contrari alla solidarietà, ma quando la presunta manifestazione di solidarietà serve solo ad acquietarsi la coscienza per procedere subito dopo a garantire i propri interessi, oppure viene compiuta per non dover contrariare il padrone che ti cerca i soldi, allora, per quanto ci riguarda, scatta un senso di repulsione totale. 

Se poi queste iniziative sono fatte proprie da sindacati e padrone, con parole rivoltanti: “le oo.ss. aderiscono ed invitano i lavoratori a partecipare fattivamente alla raccolta fondi” (comunicato Cisl & Co) dalla repulsione si passa al disgusto, perché oramai tutto è possibile ed il contrario pure, ma turlupinare i lavoratori in questo modo non dovrebbe essere possibile, né tollerato, e invece lo è, in modo sistematico. Segue.......


Difesa salute e COVID19

Pubblichiamo un opuscolo prodotto da Medicina Democratica relativo alla situazione generale dei Diritti e Doveri legati alla pandemia da coronavirus, con specifico riferimento all’ambito lavorativo. Riteniamo sia un documento molto importante per tutti i lavoratori che abbiano consapevolezza della loro condizione.

I DIRITTI DEI LAVORATORI E DELLE LAVORATRICI AL TEMPO DEL CORONAVIRUS. 

All’emergenza pandemica si è risposto con numerosi provvedimenti che hanno prima ridotto ed ora (“fase 2”) prevedono una ripresa graduale delle attività produttive. 

Il DPCM 26.04.2020, da ultimo, ha innestato sulle norme vigenti in tema di sicurezza e igiene del lavoro, delle “raccomandazioni” contenute nei protocolli tra le parti sociali (da ultimo quello del 24.04.2020). 

Queste raccomandazioni costituiscono ora delle prescrizioni generalizzate per tutti i datori di lavoro. La maggior parte di queste, pur se configurate appositamente per ridurre i rischi nei luoghi di lavoro dovuti a un rischio non produttivo, proveniente dall’esterno, costituito dalla contagiosità tra persone, non affermano dei principi diversi da quelli già vigenti. Allo stesso modo le prescrizioni anti-Covid non modificano i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. 

E’ opportuno ricordare che i principali diritti dei lavoratori e delle lavoratrici sono contenute in tre norme in attuazione dei principi costituzionali: 

- L’art. 2087 del Codice Civile che afferma il generale “debito” di sicurezza che il datore di lavoro ha nei confronti del singolo lavoratore/lavoratrice 1; 

- L’art. 9 dello Statuto dei diritti dei lavoratori che sancisce il diritto a intervenire direttamente per la tutela della propria salute nei luoghi di lavoro2, i Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza sono una attuazione, non esclusiva, di tale principio: .

- Il decreto legislativo 81 del 9.04.2008 detto “Testo unico delle leggi sulla sicurezza e l’igiene del lavoro”. 3 

Vi sono ulteriori norme specifiche, per temi particolari (macchine, sostanze chimiche ecc) e per situazioni contrattuali diverse (lavoro distaccato, somministrato, autonomo ecc), ma il Dlgs 81/2008 contiene tutte le risposte ai temi che trattiamo in questo vademecum. 

Va subito ricordato che se la normativa sulla sicurezza sul lavoro italiana può essere considerata tra le migliori d’Europa, anche perché non è stata una concessione ma il risultato dei conflitti sociali in particolare degli anni ’70, l’enunciazione di buoni contenuti è una condizione necessaria ma non sufficiente per la loro attuazione : servono strumenti per la loro esigibilità. E per questo non può bastare un apparato di vigilanza, peraltro in Italia frammentato su diversi enti centrali e regionali come pure con un numero di operatori inadeguato e in costante diminuzione, ma è indispensabile l’autotutela dei lavoratori e delle lavoratrici ovvero la loro organizzazione per esigere l’attuazione delle norme nei singoli luoghi di lavoro. 

Per noi è inoltre chiaro (ma forse non lo è per altri) che quasi tutti i contenuti dei protocolli tra le parti sociali riguardano attuazioni di prescrizioni del dlgs 81/2008 per affrontare il particolare rischio pandemico nei luoghi di lavoro, pertanto trovano una risposta anche di tipo sanzionatorio nel testo unico sulla sicurezza. 

E’ questo anche il caso dei provvedimenti anti-Covid, non basta che la loro mancata attuazione possa determinare una sanzione a fronte di un accertamento degli organi di controllo4 ma occorre che siano i lavoratori e le lavoratrici a promuovere i propri diritti, ne va letteralmente della propria salute. Opuscolo Diritti e Doveri Coronavirus

Qui sotto una piccola bacheca di notiziari oramai "antichi" ma che trattano temi che, sotto vari aspetti, sono all'origine della situazione attuale. Sono collocati nella sezione Download accessibile dal menu pricipale.

Come rispondere poste

notdicpecora

E’, per i postali, il momento di scegliere a quale specie appartenere. In giro ci sono i lupi e il farsi pecora, o continuare ad esserlo, non sembra proprio la soluzione migliore. Non è una provocazione gratuita, c’è però un dato di fatto indiscutibile: Poste, con i fidati amici sindacalisti firmatari, sta portando avanti il suo progetto di ristrutturazione del settore/servizio di recapito.

Sveglia!

notmarzo13

Nelle prossime settimane/mesi i postali dovranno fare i conti con scadenze che li costringeranno una volta per tutte a fare i conti con la realtà del sistema economico, politico e sociale in cui vivono. Dovranno uscire dall’illusione di appartenere ad un mondo a parte, ovattato, immune dai problemi reali che invece, da sempre, toccano la stragrande maggioranza dei lavoratori.

 

La situazione agli sportelli

notsett12

E’ paradossale, ma non troppo, che questi effetti deleteri si ripercuotano a cascata coinvolgendo di volta in volta ogni funzione e ruolo, fino a concentrarsi sull’ultimo anello della catena, cioè il semplice impiegato. I direttori degli uffici, salvo che per coloro che hanno sposato in pieno la politica di Poste, sono nello stesso tempo vittime e carnefici di questo sistema.

Lotta di classe ..... cercasi

notgiugno12

Parlare di lotta di classe alle poste sembrerebbe un insulto alla ragione. E’ un concetto politico alieno in questo ambito, sconosciuto ai lavoratori di questo settore, ma in questo i postali sono in buona compagnia con la maggioranza dei lavoratori italiani. E’ proprio da ciò che deriva la necessità di parlare di questo tema.