Con un processo ininterrotto, fatto di piccole e grandi tappe, prosegue il percorso di evoluzione di Poste Italiane che, da carrozzone statale, parco giochi di politici di ogni risma, fondato sulla clientela e i finanziamenti pubblici, si avvia sempre più a diventare un’azienda di “mercato” in linea con i termini del sistema economico in auge. 

Negli ultimi cinque anni questo processo ha avuto un’accelerazione; due i passaggi principali: la quotazione in borsa con la cessione di una consistente quota del capitale pubblico ai privati e la riorganizzazione dell’attività di recapito prima con Caio ed oggi con l’attuale AD.

Ci limitiamo ad indicare queste due tappe perchè significative per le implicazioni, anche ideologiche, oltre che per gli effetti reali che già hanno determinato, e ancor più determineranno, con maggior efficacia, nel futuro.

Dato a Cesare quel che è di Cesare, non possiamo esimerci però dal constatare come la matrice di questa azienda non sia affatto inerte, per cui l’abitudine di ricorrere all’aiuto di stato non si è mai spenta, oggi non più solo relativamente al finanziamento del servizio universale (così detto e oramai defunto!), ma anche per difendersi dalla concorrenza sul mercato postale.

Vecchio vizio del capitalismo italiano e dei suoi corifei, pronti a celebrare le meraviglie del sistema, la sua inevitabilità, la sua onnipotenza ed immanenza, garanzia di tutte le libertà .... ma quando devono competere con i loro pari, chiedono aiuto alla mamma.

E’ esattamente ciò che sta accadendo in questi tempi. Mentre già da tempo Poste lamenta un eccesso di concorrenza, dichiarata sleale, perchè basata fondamentalmente su minori costi del lavoro vivo (vedi audizione alla Camera del settembre scorso), in questi ultimi giorni Amazon ha ottenuto il riconoscimento come operatore postale da parte del MISE. Cosa comporterà questa novità sarà tutto da vedere (noi proviamo ad analizzare la questione in queste pagine), certo è che i soliti noti grandi sindacati (CISL) sono già corsi in soccorso di Poste rivendicando l’assoluta necessità di un contratto di settore (CdS) che tuteli Poste dai nemici cattivi. Era scontato che accadesse, fa parte della loro costituzione soccorrere il padrone al momento del bisogno, mistificando la loro azione in nome della difesa dei lavoratori, in realtà per garantire soprattutto la loro funzione ed i loro interessi di organizzazione e personali.

Niente di nuovo, ognuno ha i capitalisti e i sindacati che si merita.

I fatti sono questi: il 18 settembre scorso l’AD di Poste viene sentito dalla commissione competente della Camera dei deputati sulla situazione dell’azienda. All’interno di questa audizione, insieme all’esposizione degli ottimi risultati raggiunti, viene affrontato il tema: ”Il mercato del lavoro nel settore postale e il capitale umano. Un programma di trasformazione incentrato sulle persone”, nel quale sostanzialmente si avviano le lagnanze in relazione alla concorrenza “sleale”  degli altri operatori postali (ancora senza Amazon) e all’eccesso del loro numero, col corollario della necessità di un Contratto di Settore (CdS). Questa esposizione è riassunta nelle slide qui riprodotte e tratte dal sito della Camera. 

Il 27 novembre i maggiori quotidiani nazionali riportano la notizia che la AgCom (Garante nelle Comunicazioni) ha riconosciuto ad Amazon la qualifica di operatore postale, dopo averla sanzionata  con una multa da 300.000  euro. 

Il 28 novembre il segretario SLP Cisl si esprime in questi termini: “Burgalassi su Amazon operatore postale: “Subito il Contratto di Settore”. Non sembra al momento che altri sindacati si siano affiancati al segretario Cisl, ma già almeno cinque anni fa la CGIL aveva avanzato la stessa proposta.

Va aggiunto come dato, certo non indifferente, che negli scorsi mesi Poste ha firmato con Amazon un contratto triennale (3+2 anni), che “nel 2017 ha consegnato 42 mln di oggetti Amazon per un fatturato complessivo di circa 150 mln/€”, che l’accordo è considerato decisivo per le sorti di Poste, che i “rilevanti volumi di Amazon consentiranno da subito a Poste di raccogliere i benefici del nuovo accordo sindacale (impiego di portalettere per pacchi fino a 5kg” (dal documento citato).

Quindi le tessere del mosaico sono: aumento esponenziale degli operatori postali (2.903 a maggio, ma secondi i dati del Ministero Sviluppo Economico a novembre sono 4.463); concorrenza per ribasso dei costi; Amazon potenziale competitor micidiale; partnership sempre con Amazon; richiesta di contratto di settore; disponibilità (a prescindere) dei sindacati. 

Per proseguire nel discorso occorre fissare dei punti di vista perchè ovviamente i risultati della “visione” saranno certamente diversi. 

Riduciamo a due questi punti di vista: quello di Poste, Amazon, sindacati e quello dei lavoratori; sì, i lavoratori, perchè nelle tessere del puzzle non sono indicati per ragioni di assoluta obiettività (il quadro attuale, ahinoi, vede i lavoratori nel loro insieme, con poche minime eccezioni collegate al sindacalismo di base, assenti da questo contesto) ma eppure il loro (nostro) punto di vista va espresso. 

Abbiamo già accennato del carattere specifico del capitalismo italiano (la definizione storica di “straccione” è  esaustiva), pensiamo si possa pacificamente inserire Poste Italiane spa all’interno di questa categoria; qualcuno potrebbe obiettare che questo non è possibile perchè si tratta di una società ancora controllata dallo stato, e che si occupa di un servizio così detto pubblico, ecc., a costoro basta ricordare che da tempo Poste spa agisce in funzione della produzione di profitto, quindi che la redditività delle sue azioni non può venir meno per ragioni ovvie, e che sulla base di questo dato elementare ha definito la sua politica aziendale sia in termini di tipologia e qualità dei servizi proposti, che  relativamente alla gestione del personale.

Perchè dunque accomunare Poste al capitalismo italiano? Per una ragione abbastanza semplice. Poste si lagna della concorrenza “sleale” ed “eccessiva” (al netto di Amazon, per cui chissà ora!?), ma nel documento presentato alla Camera si specifica che la “Maggior parte delle imprese è costituita da ditte individuali (Sas, Scarl, Snc, Soc. Coop. Srls)” mentre sul proprio sito web dichiara di essere: ” La più grande infrastruttura in Italia. Operiamo nel recapito, nella logistica, nel settore del risparmio, nei servizi finanziari e assicurativi offrendo i nostri prodotti e servizi ai cittadini, alle imprese e alla pubblica amministrazione, con 138.000 dipendenti, 12.800 uffici postali, 34 mln di clienti bancoposta”. 

Ora, o i dirigenti di Poste non conoscono il senso del ridicolo oppure la lamentazione, oltre che essere, come dicevamo congenita, è anche strumentale.

Pensiamo che entrambe le ipotesi siano valide ma prima di verificarle ancora un cenno sulla collocazione ideologica e sul valore della leadership di Poste. Secondo loro “Orientamento al mercato e centralità del cliente sono i due principi alla base della nostra struttura organizzativa. (mentre)Canali commerciali e aree di business affiancano funzioni corporate a supporto dei processi di business.” (poste.it). Perbacco, verrebbe da dire, questi sì che sono veri manager, finalmente liberi dalle pastoie politiche-sindacal-burocratiche, al diavolo la funzione sociale di un servizio pubblico, la loro sorgente di verità sono i mercati e il business il loro breviario. E’ finita la pacchia, ora sono guai per tutti, lasciateci fare, evviva il libero mercato!

Sarà, ma non ci sembra sia proprio così; è vero, è tutto un fiorire di mission, corporate, business, ma, come dimostra la pratica della lamentazione, è tutto fumo. Meglio chiedere aiuto alla mamma che rischiare brutte figure nel confronto con così tante ditte individuali! Quindi, caro MISE, cara AgCom, caro parlamento, cari partiti, carissimi sindacati, aiutateci a fare un contratto di settore, per difenderci da queste assatanate ditte individuali, che non rispettano la nostra super azienda, e noi super-manager, e per di più determinano condizioni di lavoro disomogenee, precarizzazione, concorrenza insostenibile, rischi per la riservatezza e la sicurezza.

Ci vuole un contratto di settore (CdS) ma perchè? Stando a quanto scrive Poste, perchè un quadro contrattuale unitario sarebbe da ostacolo a tutti gli effetti negativi sopra detti, consentendole, in primo luogo, di competere in termini di costi per lavoro vivo (oggi dichiarato maggiore in misura tra il 35% e il 100%), in un settore, quello del recapito, ad alta intensità di lavoro (>80%); ma anche in termini di produttività dei portalettere (oggi dichiarato inferiore anche del 100% rispetto alle altre aziende).

Analoghi effetti si avrebbero rispetto al numero eccessivo di aziende sul mercato, alla distruzione di valore aziendale per mancati investimenti, al dumping verso clienti business, al calo dei volumi di corrispondenza, condizioni che nel complesso rendono il mercato italiano non più sostenibile.

Insomma, Poste chiede un CdS per poter fare più profitti, si tratta di capire come, attraverso quale mezzo. Siamo al nocciolo della questione. Prima però vanno considerati: l’autorizzazione per diventare operatore postale da parte del MISE, che già oggi dovrebbe garantire una serie di condizioni normative che impediscano alcuni degli effetti lamentati da Poste (come i rischi per la riservatezza e la sicurezza delle comunicazioni postali) e, in secondo luogo, l’azione dell’Ispettorato del lavoro che potrebbe già intervenire per controllare  le aziende autorizzate, riguardo a contribuzione e altro, lo stesso per l’agenzia delle entrate. Questi due aspetti stanno a monte rispetto ad un qualsiasi CCNL e sarebbero di per sè già risolutivi di molti dei problemi avanzati da Poste, ma di questo non si parla, naturalmente. 

Sono due i livelli all’interno di un CCNL, uno normativo legato alla gestione del personale, l’altro economico, così dovrebbe essere anche per un CdS. 

Poste evidentemente ritiene che il CCNL in vigore sia di alto profilo, da ogni punto di vista, con ampie garanzie sul piano normativo e retribuzioni da nababbi.

La domanda da porre è: per fare più profitti il CdS dovrà imporre a tutte le società di aumentare i loro costi per portarli al livello di Poste o invece consentirà a Poste di abbassarli verso un minimo comune condiviso che sia una sorta di media rispetto alla situazione attuale?

Ricordiamo che i costi per lavoro vivo non sono  determinati solo dalle retribuzioni ma anche dalle condizioni normative, dai diritti dei lavoratori, dalle tutele, ecc.

Poste cosa intende fare? Sappiamo solo che vuole fare più profitti, ma non sappiamo se difenderà i suoi dipendenti a spada tratta (?) imponendo uno sforzo ai suoi competitori. Quanto a questi, saranno pronti ad aumentare costi e ridurre profitti?

Un’idea ce l’abbiamo, l’abbiamo espressa nel 2013 quando già si accennava al CdS, questa la riteniamo come visione dal punto di vista dei lavoratori, e la riproponiamo.

Per capirci: una considerazione superficiale dell’eventuale CdS porterebbe a darne una valutazione positiva, proprio come già si annuncia da parte dei sindacati, sulla base del fatto che in questo modo sarebbe garantito un quadro di riferimento normativo ed economico comune per tutte le aziende del settore (postale), col conseguente risultato positivo di impedire, per le aziende, una concorrenza sfavorevole, e per i dipendenti, un peggioramento in termini di salario e condizioni di lavoro o addirittura dello stesso lavoro.

Alla base di questa valutazione vi è una evidente mistificazione. E’ certo che i padroni, nei loro conflitti interni ed internazionali, agiscono per porre un limite alla prevalenza degli uni sugli altri a tutela esclusiva dei propri profitti, per questo ricorrono anche agli organi statuali, alle varie agenzie di garanzia e tutela (di settore, della concorrenza, ecc), nonchè a norme e leggi nazionali e sovranazionali. 

E’ altrettanto certo che il solo obiettivo dei padroni è quello di ottenere la maggiore valorizzazione del proprio capitale e questo avviene essenzialmente attraverso l’imposizione di pluslavoro (produttività) e l’appropriazione di plusvalore dai lavoratori (salari più bassi possibile).

In parole più semplici: non esiste alcun padrone che sia disposto a rinunciare alla possibilità di sfruttare al meglio i propri mezzi di produzione e la forza lavoro acquistata (operai-salari), ottenendone più profitto. 

Perchè le grandi aziende postali sul mercato (TNT, DHL, UPS, ecc), e ancor più le terribili ditte individuali, che oggi, secondo Poste producono servizi a costi inferiori e realizzano maggiori profitti, grazie ad un maggior sfruttamento dei loro operai, dovrebbero rinunciare a questi risultati per far felici i dipendenti di Poste? 

Non è più probabile che anche Poste dovrà adeguarsi alle condizioni più redditizie delle altre aziende, determinando un peggioramento dello stato dei postali? O qualcuno crede veramente che chi dirige Poste oggi, o ne sarà il proprietario/azionista domani, si atterrà al codice etico per cui garantirà condizioni “privilegiate” ai suoi “collaboratori”, anche in nome di una inverosimile giustizia sociale? 

E’ sfuggito ai più, ma da anni, in SDA, azienda del gruppo Poste Italiane spa, è in atto uno sfruttamento selvaggio della manodopera attraverso il ricorso alle cooperative, quindi a condizioni contrattuali ed economiche pessime, inconcepibili per i postali standard. 

L’ AD di Poste, principale azienda del gruppo, perchè non ne parla? Forse perchè dovrebbe spiegare il motivo per cui proprio in casa propria vi sono le stesse condizioni che giudica come insostenibili, inammissibili, turbative della libera concorrenza, fonte di lavoro nero e di altri illeciti, per i suoi concorrenti diretti?

Noi pensiamo che il CdS comporterà un peggioramento sostanziale della condizione di tutti i postali di Poste, sia sul piano normativo che economico. Su questo secondo aspetto, che potrebbe sembrare oggi attestato su livelli di eccellenza, è forse il caso di sottolineare che è invece definibile con una singola espressione: salari da fame, fermi da almeno 20 anni nel loro reale potere di acquisto?

Bene, dato che al peggio non c’è mai limite, possiamo tranquillamente dire che la condizione salariale dei postali peggiorerà, salvo che, a costo di aumenti di produttività ulteriori, possa venire ripristinata dalla contrattazione aziendale, appunto, sulla produttività, quindi non garantita a priori dal CCNL o CdS. 

Il segretario Cisl auspica che Poste possa dare “garanzie di mantenimento delle condizioni di miglior favore ove presenti”, ma il segretario non vive del suo stipendio quindi è libero di auspicare fin che vuole, i postali meglio che non lo facciano.

Che significa questo? Che sin da ora vi sono tutti gli strumenti normativi che consentono di ridurre il salario garantito dal CCNL anche in Poste, lasciando alla contrattazione aziendale il livello (variabile) legato alla produttività.

Nel quadro prospettato dal CdS, ciò potrebbe significare una base ben inferiore ai mille € per tutte le aziende, integrabile col salario variabile di produttività aziendale, là dove sarà possibile e voluto.. 

Cosa significhi questo termine, ai postali dovrebbe essere già noto, almeno in parte, già che da sempre integrano il loro misero stipendio appunto col salario di produttività ante litteram (areola, straordinari). 

Solo che questa volta si dovrà fare i conti anche col resto: possibilità di derogare da norme contrattuali e di legge su orari, organizzazione del lavoro, mansioni (possibilità di de-mansionamento a discrezione delle necessità aziendali) ecc., quindi con un quadro normativo assolutamente, anch’esso, variabile. 

Le famose garanzie e tutele (??) andranno a farsi benedire una volta per sempre, e lo spettro della condizione degli operai delle cooperative è in agguato.

Le ragioni sono tanto semplici quanto evidenti.
Per quanto riguarda il rapporto padrone/operaio (Poste/postali) le ragioni di questa strada obbligata le abbiamo già espresse prima (profitto); va chiarito l’aspetto relativo alla concezione del ruolo di Poste nell’immediato futuro. 

Possiamo dire che siamo prossimi al raggiungimento dell’obiettivo di mutare l’essenza stessa di questa azienda sminuendo, fino a tralasciarlo definitivamente, il vincolo del servizio pubblico universale per puntare a diventare un express curier a 360°.

L’accelerazione in questa direzione, che vede nella riorganizzazione dei “giorni alterni” un passaggio significativo, insieme all’introduzione del CdS, avrà un effetto dirompente sull’assetto della società, determinando obiettivamente la necessità di separazione dal settore finanziario-sportelli, che non potrà più essere più accomunato al recapito. Lo smembramento della società, il famoso spezzatino di cui ciarlavano i sindacati indicandolo come il peggiore dei mali, in quelle condizioni, sarà definitivamente realizzato.

La rivendicazione (o invocazione) da parte di Poste di un CdS dunque non è un fatto a sè stante, nè indifferente, bensì carico di conseguenze; i postali dovrebbero rifletterci attentamente o ne faranno le spese.

Resta da analizzare il ruolo dei sindacati e di Amazon.

Partiamo da Amazon. E’ chiaro che rappresenta una variabile indipendente, perchè, per ragioni evidenti, è difficilmente condizionabile nelle sue decisioni, ma fino a un certo punto. 

Stando alle loro dichiarazioni sulle politiche aziendali sul tema: “Il nostro obiettivo è consegnare pacchi ai clienti entro la data di consegna prevista. Valutiamo i corrieri in base a velocità, affidabilità, flessibilità, innovazione e costi. Abbiamo milioni di ordini da consegnare in tutta Europa ogni settimana e valutiamo tutte le opzioni che forniscono i corrieri per assicurarci che le consegne avvengano in tempo per soddisfare o addirittura superare le aspettative dei nostri clienti”. (da Repubblica.it, che ringraziamo), stando a queste affermazioni Poste non subirà degli effetti negativi immediati, soprattutto grazie alla capillarità della sua rete di distribuzione su tutto il territorio nazionale. Inoltre non va dimenticata la partnership, di cui abbiamo già parlato, per almeno 3 anni con possibilità di prolungamento per altri 2.

Insomma ad Amazon interessano i risultati, se Poste li garantirà a costi accettabili, le cose non dovrebbero peggiorare. 

Resta naturalmente da valutare cosa realmente significhi questo per i dipendenti di Poste in termini di produttività, condizioni di lavoro, orari; per far questo ci può venire in aiuto la riorganizzazione dei “giorni alterni” che va esattamente nella direzione desiderata e che, in base all’attuale quadro, di certo non subirà dei cambiamenti di direzione, anzi.

Assai diversa la questione di un eventuale contratto di settore; la loro dichiarazione in merito:“Riteniamo che i contratti in essere siano coerenti con il settore postale. Inoltre abbiamo indicato nella domanda presentata il contratto applicato (quello dei trasporti e della logistica, ndr) e non ci è stata fatta nessuna osservazione al riguardo” (sempre da Repubblica.it), lascia capire che chiunque volesse imporsi ad Amazon dovrà attrezzarsi in modo consistente. 

A lato di queste valutazioni, essenzialmente mirate all’e-commerce, va considerato un dato che apparentemente risulta al momento secondario ma che non lo è; l’autorizzazione infatti non si limita ai pacchi prevede infatti: ” Autorizza a svolgere i servizi non rientranti nel servizio universale tra i quali, ad esempio: raccolta, trasporto, smistamento e distribuzione degli invii postali oltre i 2 kg e pacchi oltre i 20 kg e non superiori ai 30 Kg; raccolta, trasporto, smistamento e distribuzione della pubblicità diretta per corrispondenza; servizi a valore aggiunto (corriere espresso, consegna nelle mani del destinatario, garanzia di recapito ad una determinata ora, ritiro a domicilio, conferma dell’avvenuta consegna, possibilità di cambio di indirizzo, tracciamento elettronico, ecc.) anche per invii postali fino a 2 kg e pacchi fino a 20 kg; raccomandata urgente; recapito della posta elettronica a data o ora certa; intermediazione con il Fornitore del Servizio Universale”; si tratta quindi di una autorizzazione complessiva per tutta o quasi l’attività postale (escluso il servizio universale che sappiamo comunque essere poco appetibile per chiunque) quindi con un impatto che potrebbe essere molto pesante per il mercato.

Tutto questo, ben inteso, senza aver neppure accennato alle condizioni dei lavoratori di Amazon, che conosciamo tutti e sono obiettivamente il modello al quale il gruppo dirigente di Poste si sta riferendo nei suoi interventi di riorganizzazione.

Per quanto riguarda i sindacati postali. Verrebbe voglia di stendere un velo compassionevole sulla miseria del loro agire, sulla loro pochezza intellettuale, sulla subalternità totale che esprimono nei confronti di Poste, ma sappiamo che sono in condizione di decidere della vita di 138.000 lavoratori, è quindi necessario prenderli in considerazione. 

Al di là delle dichiarazioni del segretario Cisl che non ha voluto perdere l’occasione di manifestare la sua primazia in categoria, le slide qui sotto sono assolutamente significative riguardo alla situazione sindacale postale. Vengono analizzati due parametri: la conflittualità e gli interventi sui quali si è trovato l’accordo.

I dati sulla conflittualità sono naturalmente riferiti alle iniziative dei sindacati firmatari, perchè di quelle dei sindacati di base è meglio negarne l’esistenza, indipendentemente dalla loro rilevanza in termini di adesione.   

Il primo step del piano giorni alterni ha prodotto uno sciopero nazionale nel novembre del 2016 con una adesione del 41% (Poste tiene a sottolineare che il precedente sciopero nazionale risaliva al 2003 con adesione del 60%), poi però si è avviata una stagione di collaborazione virtuosa con tutta una serie di interventi quali CCNL, accordi sulla rappresentanza, Coordinamento RSU, accordo Delivery 2022, migliaia e migliaia di assunzioni........ che hanno portato alla meravigliosa situazione attuale, dove si viaggia tutti di comune accordo, con ottimi risultati, consenso diffuso, obiettivi condivisi, crescita in termini di produttività, qualità efficienza. La realtà sappiamo che è ben diversa, sotto tutti i punti di vista, dalle condizioni di lavoro, ai risultati per i clienti, inutile ripetersi. Un dato appare evidente, cioè che Poste tiene al laccio questi sindacati e se ne fa pure beffe, sottolineando che in quindici anni non hanno fatto neppure uno sciopero, e l’ultimo fatto ha visto un’adesione diminuita di un terzo. Poste ha necessità assoluta di queste organizzazioni, sia sul piano formale che sostanziale, li tiene al laccio mentre questi tengono al laccio i lavoratori, con mille strumenti, tutti indecenti, non degni di una nuova ripetizione. 

Sì, ci siamo proprio stancati di ripeterci, i postali facciano quello che ritengono opportuno per i loro interessi, continuino pure a farsi turlupinare da personaggi inverosimili in cambio di misere regalie; se non hanno neppure una dignità personale da difendere è inutile farla troppo lunga.

Noi, con i lavoratori non succubi, continueremo a combattere dentro questa azienda e fuori; pensiamo che sia una necessità sempre più cogente dati i tempi che stiamo vivendo e i possibili sviluppi, che potrebbero essere decisamente gravi, e non solo sul piano sindacale.


Difesa salute e COVID19

Pubblichiamo un opuscolo prodotto da Medicina Democratica relativo alla situazione generale dei Diritti e Doveri legati alla pandemia da coronavirus, con specifico riferimento all’ambito lavorativo. Riteniamo sia un documento molto importante per tutti i lavoratori che abbiano consapevolezza della loro condizione.

I DIRITTI DEI LAVORATORI E DELLE LAVORATRICI AL TEMPO DEL CORONAVIRUS. 

All’emergenza pandemica si è risposto con numerosi provvedimenti che hanno prima ridotto ed ora (“fase 2”) prevedono una ripresa graduale delle attività produttive. 

Il DPCM 26.04.2020, da ultimo, ha innestato sulle norme vigenti in tema di sicurezza e igiene del lavoro, delle “raccomandazioni” contenute nei protocolli tra le parti sociali (da ultimo quello del 24.04.2020). 

Queste raccomandazioni costituiscono ora delle prescrizioni generalizzate per tutti i datori di lavoro. La maggior parte di queste, pur se configurate appositamente per ridurre i rischi nei luoghi di lavoro dovuti a un rischio non produttivo, proveniente dall’esterno, costituito dalla contagiosità tra persone, non affermano dei principi diversi da quelli già vigenti. Allo stesso modo le prescrizioni anti-Covid non modificano i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. 

E’ opportuno ricordare che i principali diritti dei lavoratori e delle lavoratrici sono contenute in tre norme in attuazione dei principi costituzionali: 

- L’art. 2087 del Codice Civile che afferma il generale “debito” di sicurezza che il datore di lavoro ha nei confronti del singolo lavoratore/lavoratrice 1; 

- L’art. 9 dello Statuto dei diritti dei lavoratori che sancisce il diritto a intervenire direttamente per la tutela della propria salute nei luoghi di lavoro2, i Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza sono una attuazione, non esclusiva, di tale principio: .

- Il decreto legislativo 81 del 9.04.2008 detto “Testo unico delle leggi sulla sicurezza e l’igiene del lavoro”. 3 

Vi sono ulteriori norme specifiche, per temi particolari (macchine, sostanze chimiche ecc) e per situazioni contrattuali diverse (lavoro distaccato, somministrato, autonomo ecc), ma il Dlgs 81/2008 contiene tutte le risposte ai temi che trattiamo in questo vademecum. 

Va subito ricordato che se la normativa sulla sicurezza sul lavoro italiana può essere considerata tra le migliori d’Europa, anche perché non è stata una concessione ma il risultato dei conflitti sociali in particolare degli anni ’70, l’enunciazione di buoni contenuti è una condizione necessaria ma non sufficiente per la loro attuazione : servono strumenti per la loro esigibilità. E per questo non può bastare un apparato di vigilanza, peraltro in Italia frammentato su diversi enti centrali e regionali come pure con un numero di operatori inadeguato e in costante diminuzione, ma è indispensabile l’autotutela dei lavoratori e delle lavoratrici ovvero la loro organizzazione per esigere l’attuazione delle norme nei singoli luoghi di lavoro. 

Per noi è inoltre chiaro (ma forse non lo è per altri) che quasi tutti i contenuti dei protocolli tra le parti sociali riguardano attuazioni di prescrizioni del dlgs 81/2008 per affrontare il particolare rischio pandemico nei luoghi di lavoro, pertanto trovano una risposta anche di tipo sanzionatorio nel testo unico sulla sicurezza. 

E’ questo anche il caso dei provvedimenti anti-Covid, non basta che la loro mancata attuazione possa determinare una sanzione a fronte di un accertamento degli organi di controllo4 ma occorre che siano i lavoratori e le lavoratrici a promuovere i propri diritti, ne va letteralmente della propria salute. Opuscolo Diritti e Doveri Coronavirus

Qui sotto una piccola bacheca di notiziari oramai "antichi" ma che trattano temi che, sotto vari aspetti, sono all'origine della situazione attuale. Sono collocati nella sezione Download accessibile dal menu pricipale.

Come rispondere poste

notdicpecora

E’, per i postali, il momento di scegliere a quale specie appartenere. In giro ci sono i lupi e il farsi pecora, o continuare ad esserlo, non sembra proprio la soluzione migliore. Non è una provocazione gratuita, c’è però un dato di fatto indiscutibile: Poste, con i fidati amici sindacalisti firmatari, sta portando avanti il suo progetto di ristrutturazione del settore/servizio di recapito.

Sveglia!

notmarzo13

Nelle prossime settimane/mesi i postali dovranno fare i conti con scadenze che li costringeranno una volta per tutte a fare i conti con la realtà del sistema economico, politico e sociale in cui vivono. Dovranno uscire dall’illusione di appartenere ad un mondo a parte, ovattato, immune dai problemi reali che invece, da sempre, toccano la stragrande maggioranza dei lavoratori.

 

La situazione agli sportelli

notsett12

E’ paradossale, ma non troppo, che questi effetti deleteri si ripercuotano a cascata coinvolgendo di volta in volta ogni funzione e ruolo, fino a concentrarsi sull’ultimo anello della catena, cioè il semplice impiegato. I direttori degli uffici, salvo che per coloro che hanno sposato in pieno la politica di Poste, sono nello stesso tempo vittime e carnefici di questo sistema.

Lotta di classe ..... cercasi

notgiugno12

Parlare di lotta di classe alle poste sembrerebbe un insulto alla ragione. E’ un concetto politico alieno in questo ambito, sconosciuto ai lavoratori di questo settore, ma in questo i postali sono in buona compagnia con la maggioranza dei lavoratori italiani. E’ proprio da ciò che deriva la necessità di parlare di questo tema.