Disegnato e lanciato il progetto rivoluzionario di Poste 2020, tutto è tornato in silenzio in attesa di sviluppi. Le feste di fine anno, si sa hanno un fascino particolare in cui si congiungono senso comune, retorica familistica, con una spruzzata (tenue, molto tenue) di spirito religioso e voglia festaiola. 

Quindi tutti in ferie. Una fantasia negli scorsi anni, con i famigerati blocchi delle ferie per ragioni di servizio in periodo di altro traffico, oggi una simpatica realtà. Quindi tutti in ferie ma realmente, con interi centri di recapito paralizzati per assenze generalizzate.

Non si tratta di assenteismo, nè di malattie, nè di altro, ma di vere e proprie ferie distribuite a piene mani e senza problemi.
I dirigenti di poste hanno preso alla lettera le parole di Caio sull’inutilità del recapito e quindi hanno applicato a modo loro i precetti del piano sul recapito alternato, andando oltre alle stesse previsioni governative, bloccando la consegna della posta per giorni anche in grandi città. La fantasia e la realtà si rincorrono e spesso coincidono, ma leggere questi fatti come una delle buffe situazioni postali si cadrebbe in un errore rilevante; basta riflettere un attimo sul contesto, su alcuni fatti (i vigili romani), sulle parole del premier, della commissione di garanzia, dei media, e subito si possono comprendere alcune questioni di rilievo, all’interno delle quali ciò che accade alle poste smette di essere una grottesca manifestazione dello spirito italico per assumere i contorni rilevanti dei segnali di cambiamento/deterioramento in atto in questo paese come in tutto l’occidente. Esagerato? Sarà, ma meglio esagerare che fare la parte degli idioti che non vedono, non sentono e non parlano. 

Secondo l’amministratore delegato di Poste il 75% degli italiani non avrebbero alcun dubbio né fastidio riguardo all’ipotesi di vedersi recapitata la posta a giorni alter- ni o più. Oramai, sempre secondo Caio, le esigenze delle famiglie sarebbero altre, al punto di essere persino felici di pagare un extra rispetto alla normale tariffa per avere un servizio postale efficiente. E’ sulla base di questa tesi che il governo Renzi ha posto nella legge di stabilità la possibilità per le poste di procedere ad un recapito al- ternato per il 25% (1⁄4) della popolazione italiana. Abbiamo già detto sul senso reale di queste ridicola tesi, sugli effetti per il servizio universale, sulle ricadute in termini occupazionali. Abbiamo pure detto di come i sindacati postali siano sostanzialmente muti di fronte a queste scelte scellerate, e come, di conserva, gli stessi dipendenti di poste coinvolti in un modo o nell’altro da questi interventi di “razionalizzazione e modernizzazione” delle poste non si stiano ponendo in alcun modo il problema.

Ma c’è di più, e quanto è avvenuto nella settimana delle festività di fine anno, è lì a dimostrarlo. Quasi a ribadire la validità dell’usuale formula che la realtà supera la fantasia, nel recapito di Poste, per tutto il periodo festivo, si è andati oltre il piano Caio compiendo un salto di quali- tà eccezionale. 

Niente recapito a giorni alterni, ma corrispondenza ferma a causa delle ferie assegnate in modo generalizzato alla stragrande maggioranza del personale.
Che si sia trattato di una manifestazione spirito natalizio dei dirigenti dei centri di recapito è alquanto improba- bile, molto più prosaicamente questa scelta è stata de- terminata dalla determinazione di raggiungere l’obietti- vo di esaurire le ferie dei dipendenti per l’anno corrente. Oramai questo obiettivo rappresenta un vero chiodo fisso nella mente dei dirigenti di risorse umane, che martellano per tutto l’anno i lavoratori perché consumino le loro ferie, indipendentemente dal periodo dell’anno e delle loro esigenze personal/familiari.
Le ferie non consumate possono pure rappresentare una voce di passività nel bilancio annuale di gestione del personale, ma certamente giocano un ruolo decisi- vo, nella determinazione espressa nella loro azione di convincimento/coercizione, i premi che, a quanto pare, vengono assegnati alle strutture di produzione che raggiungono l’obiettivo; questo, evidentemente indipendentemente dagli effetti sul servizio di recapito, a per questi, abbiamo visto, non vale più la pena affannarsi, visto che anche l’AD è d’accordo.
E quindi posta non recapitata per giorni, e buone feste a tutti!
Che significano questi fatti, come si collocano nel con- testo generale del paese, sono in contraddizione col cancan mediatico scatenato contro i vigili romani, e di riflesso contro tutti i “dipendenti pubblici” in senso lato, affetti da lazzaronite a causa del surplus di tutele che li riguardano? No, niente di tutto questo, sono invece un segnale, un sintomo dello stato reale dei rap- porti esistenti all’interno delle aziende di servizi, pubbliche, o già privatizzate, almeno nella parte della tipologia contrattuale dei dipendenti. Rappresentano anche un argomento funzionale di supporto alla oramai classica tesi della necessità di disfarsi del pubblico, in tutte le sue for- me, per fare largo finalmente alla iniziativa privata, garante di efficienza e qualità, in questo senso quindi possono andare tranquillamente ad aggiungersi agli obiettivi da normalizzare da parte di Renzi e compagnia bella. 

Si potrebbe, volendo, aprire un discorso complessivo sul- lo stato del cosiddetto “pubblico impiego”, da tutti i punti di vista, partendo dalla effettiva esistenza di margini di totale inefficienza, di inadeguatezza di strutture e forma- zione, di sacche di privilegio frutto di una politica cliente- lare di favori in cambio di diritti, in cui tutti: partiti e correnti politiche, sindacati confederali e autonomi, pur con peso ed impatto diverso, si sono cimentati dagli anni ‘50 del ‘900 sino ad oggi. 

Si dovrebbe anche affrontare il tema della composizione sociale di questo settore lavorativo, della sua matrice culturale, dei suoi riferimenti politici e sindacali, allora sarebbe veramente ridicolo affermare che questo settore è stato il pascolo privilegiato della “sinistra”, come hanno fatto in questi giorni i media nazionali. 

Di contro, si dovrebbero analizzare le condizioni effetti- ve di lavoro, i diritti reali, effettivamente garantiti, i livelli retributivi, gli interventi di intimidazione e repressione compiuti nei confronti delle forze sindacali antagoniste alla gestione concertativa e clientelare che ha dominato per oltre mezzo secolo, ed oggi le sole oppositrici al disegno di smantellamento del/i servizio/i pubblico/ci e della privatizzazione di interi settori o aziende in funzione di dogmi ideologici neo-liberali e precisi interessi economici. 

Si dovrebbe altresì analizzare la normativa di regolazione degli scioperi che tutto si può dire tranne che garantisce il diritto del cittadino e quello dei lavoratori, ma che invece serve solo ad impedire l’azione sindacale e l’esercizio effettivo del diritto di sciopero. 

Si dovrebbe e si potrebbe fare tutto questo ma siamo certi che mai un’analisi di questo tipo potrà sperare di arrivare neppure lontanamente ad avere l’attenzione di un qualsiasi media di rilievo; molto più semplice e funzionale per questi dare il via al battage sui vigili “assenteisti” romani, sulla necessità di un giro di vite per diritti e tutele, non per alcuni, ma per tutti naturalmente. 

Va in questo senso il progetto di intervento del governo sul settore pubblico, che trova anche il sostegno del capo della commissione di garanzia per gli scioperi che ha colto al volo l’occasione per dire che episodio dei vigili è solo la punta dell’iceberg, e che la realtà complessiva del settore è ben peggiore di quanto possa apparire e che quindi necessita di un nuovo intervento di regolazione in senso restrittivo. 

Come si può vedere si potrebbe partire dallo sfascio scien- tifico delle poste per un discorso a 360° che porterebbe in evidenza, aldilà di tutte le specificità e distinzioni di settore, categoria, azienda, ecc, l’esistenza di alcuni dati incontestabili: il primo, che piaccia o meno agli stessi, i dipendenti pubblici o simili, non possono continuare ad illudersi di essere altro da lavoratori salariati, forza lavoro in vendita, soggetti come tali agli interventi del mercato, come delle regolazioni che il padre, stato o amministra- zione (padre per alcuni versi), decide di fare all’occorrenza bloccando salari e contratti, negando diritti, applicando i principi del jobs act. 

Secondo, che coloro i quali tra questi lavoratori (quelli degni di tale nome almeno, tutta l’altra masnada di imbecilli non ci interessa) si illudono ancora di potersi salva- re mantenendo legami col passato, con i propri referenti clientelari, siano sindacati o altro, non hanno capito che la sola possibilità di difesa degli interessi reali, diritti, sala- rio, dignità, passa attraverso l’unificazione e la ricomposi- zione di un fronte che affronti lo scontro di classe in atto uscendo da una subalternità che può solo condurre ad un peggioramento complessivo della loro condizione. Possono sembrare parole fuori dal mondo ad orecchie “pubbliche” ma forse sarebbe ora di guardare oltre il pro- prio naso, pensando magari alla cura greca per il settore pubblico ed agire di conseguenza. 

Terzo, che l’attacco sistematico ai servizi ed alle aziende pubbliche è un dato storico, connotato politicamente ed economicamente, non è inevitabile, non è la soluzione di tutti i problemi, ma solo l’espressione di specifici interessi, che non sono quelli della classe lavoratrice.


Difesa salute e COVID19

Pubblichiamo un opuscolo prodotto da Medicina Democratica relativo alla situazione generale dei Diritti e Doveri legati alla pandemia da coronavirus, con specifico riferimento all’ambito lavorativo. Riteniamo sia un documento molto importante per tutti i lavoratori che abbiano consapevolezza della loro condizione.

I DIRITTI DEI LAVORATORI E DELLE LAVORATRICI AL TEMPO DEL CORONAVIRUS. 

All’emergenza pandemica si è risposto con numerosi provvedimenti che hanno prima ridotto ed ora (“fase 2”) prevedono una ripresa graduale delle attività produttive. 

Il DPCM 26.04.2020, da ultimo, ha innestato sulle norme vigenti in tema di sicurezza e igiene del lavoro, delle “raccomandazioni” contenute nei protocolli tra le parti sociali (da ultimo quello del 24.04.2020). 

Queste raccomandazioni costituiscono ora delle prescrizioni generalizzate per tutti i datori di lavoro. La maggior parte di queste, pur se configurate appositamente per ridurre i rischi nei luoghi di lavoro dovuti a un rischio non produttivo, proveniente dall’esterno, costituito dalla contagiosità tra persone, non affermano dei principi diversi da quelli già vigenti. Allo stesso modo le prescrizioni anti-Covid non modificano i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. 

E’ opportuno ricordare che i principali diritti dei lavoratori e delle lavoratrici sono contenute in tre norme in attuazione dei principi costituzionali: 

- L’art. 2087 del Codice Civile che afferma il generale “debito” di sicurezza che il datore di lavoro ha nei confronti del singolo lavoratore/lavoratrice 1; 

- L’art. 9 dello Statuto dei diritti dei lavoratori che sancisce il diritto a intervenire direttamente per la tutela della propria salute nei luoghi di lavoro2, i Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza sono una attuazione, non esclusiva, di tale principio: .

- Il decreto legislativo 81 del 9.04.2008 detto “Testo unico delle leggi sulla sicurezza e l’igiene del lavoro”. 3 

Vi sono ulteriori norme specifiche, per temi particolari (macchine, sostanze chimiche ecc) e per situazioni contrattuali diverse (lavoro distaccato, somministrato, autonomo ecc), ma il Dlgs 81/2008 contiene tutte le risposte ai temi che trattiamo in questo vademecum. 

Va subito ricordato che se la normativa sulla sicurezza sul lavoro italiana può essere considerata tra le migliori d’Europa, anche perché non è stata una concessione ma il risultato dei conflitti sociali in particolare degli anni ’70, l’enunciazione di buoni contenuti è una condizione necessaria ma non sufficiente per la loro attuazione : servono strumenti per la loro esigibilità. E per questo non può bastare un apparato di vigilanza, peraltro in Italia frammentato su diversi enti centrali e regionali come pure con un numero di operatori inadeguato e in costante diminuzione, ma è indispensabile l’autotutela dei lavoratori e delle lavoratrici ovvero la loro organizzazione per esigere l’attuazione delle norme nei singoli luoghi di lavoro. 

Per noi è inoltre chiaro (ma forse non lo è per altri) che quasi tutti i contenuti dei protocolli tra le parti sociali riguardano attuazioni di prescrizioni del dlgs 81/2008 per affrontare il particolare rischio pandemico nei luoghi di lavoro, pertanto trovano una risposta anche di tipo sanzionatorio nel testo unico sulla sicurezza. 

E’ questo anche il caso dei provvedimenti anti-Covid, non basta che la loro mancata attuazione possa determinare una sanzione a fronte di un accertamento degli organi di controllo4 ma occorre che siano i lavoratori e le lavoratrici a promuovere i propri diritti, ne va letteralmente della propria salute. Opuscolo Diritti e Doveri Coronavirus

Qui sotto una piccola bacheca di notiziari oramai "antichi" ma che trattano temi che, sotto vari aspetti, sono all'origine della situazione attuale. Sono collocati nella sezione Download accessibile dal menu pricipale.

Come rispondere poste

notdicpecora

E’, per i postali, il momento di scegliere a quale specie appartenere. In giro ci sono i lupi e il farsi pecora, o continuare ad esserlo, non sembra proprio la soluzione migliore. Non è una provocazione gratuita, c’è però un dato di fatto indiscutibile: Poste, con i fidati amici sindacalisti firmatari, sta portando avanti il suo progetto di ristrutturazione del settore/servizio di recapito.

Sveglia!

notmarzo13

Nelle prossime settimane/mesi i postali dovranno fare i conti con scadenze che li costringeranno una volta per tutte a fare i conti con la realtà del sistema economico, politico e sociale in cui vivono. Dovranno uscire dall’illusione di appartenere ad un mondo a parte, ovattato, immune dai problemi reali che invece, da sempre, toccano la stragrande maggioranza dei lavoratori.

 

La situazione agli sportelli

notsett12

E’ paradossale, ma non troppo, che questi effetti deleteri si ripercuotano a cascata coinvolgendo di volta in volta ogni funzione e ruolo, fino a concentrarsi sull’ultimo anello della catena, cioè il semplice impiegato. I direttori degli uffici, salvo che per coloro che hanno sposato in pieno la politica di Poste, sono nello stesso tempo vittime e carnefici di questo sistema.

Lotta di classe ..... cercasi

notgiugno12

Parlare di lotta di classe alle poste sembrerebbe un insulto alla ragione. E’ un concetto politico alieno in questo ambito, sconosciuto ai lavoratori di questo settore, ma in questo i postali sono in buona compagnia con la maggioranza dei lavoratori italiani. E’ proprio da ciò che deriva la necessità di parlare di questo tema.